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venerdì 15 luglio 2016

Orti domestici, c'è chi dice sì!


 Pubblicato sulla Gazzetta del Sud  11/07/2016

Orti urbani anche a Rende che nell’ultimo consiglio comunale ha approvato l’idea di concedere dei terreni per la coltivazione di ortaggi a famiglie o ad associazioni. Non sono molti gli italiani che resistono alla tentazione di coltivare un angolo del proprio giardino o semplicemente un vasetto in terrazzo per avere sempre freschi gli odori per le pietanze. Secondo i dati riportati da uno studio congiunto Coldiretti/Censis in Italia sarebbero 20milioni le persone dedite alla coltivazione dell’orto di famiglia, dato che, rapportato alla realtà dell’area urbana, vede il 33% dei cosentini impegnato in questa attività. L’orto è motivo di vanto da per tutto e stando ai dati di Grow The Planet, la maggiore piattaforma on line per hobby farmers, Cosenza si classifica 36esima tra tutte le città d’Italia per accessi alle risorse on-line proposte. Trascorrere del tempo all’aria aperta, sapere cosa si porta in tavola e arrivare a fare una vera e propria gara con i vicini… di orto: sono diversi i motivi che spingono i cosentini alla terra. «La casa dove abito adesso non ha un giardino – racconta Roberto Senato, informatico – ma ho sempre coltivato l’orto. Il contatto con la terra è faticoso, ma rilassante e dopo una giornata di lavoro davanti al computer avevo bisogno di stare a contatto con la natura. Senza considerare che cibarsi dei frutti della propria fatica dà molta soddisfazione». Per alcuni l’orto è una vocazione: «Sì, faccio l’orto – dice Maria Grazia Bisurgi, artista – ad un certo punto ho avuto un richiamo dalla terra. Ho iniziato così, per vocazione, ma poi ho visto quante soddisfazioni può dare un orto, il cibo fresco e saporito e ho continuato ad impegnarmi su questo fronte». L’orto di famiglia è un gusto che passa da padre in figlio: «a fare l’orto in casa è mio padre – racconta Rosanna Angiulli, fotografa – è lui che vive in prima persona l’emozione di veder crescere e fiorire le piante che coltiva. I sapori di un orto fatto da sé sono impareggiabili, io stessa guardando mio padre ho imparato ad apprezzare i piccoli sacrifici che comporta un orto e anche a zappare!». C’è chi nel concentrarsi sulla terra riesce a sentire più vicine le proprie radici: «ho delle origini contadine, quindi sento un legame profondo con la terra e l’orto domestico che è per me una valvola di sfogo – dice Antonio Cairo, consulente informatico – una ricerca continua di slow e di qualità alimentare, una passione a cui ho fatto avvicinare anche alcuni amici. Decidere di passare all’agricoltura bio non è banale, pochi sanno cosa vuol dire: non è un ritorno alle origini, ma un passo nel futuro. Gli orti diffusi – continua Cairo - se ben concepiti, possono dare un grande contributo sociale in termini di risorse e soprattutto sul piano delle relazioni umane». Una tradizione di famiglia che per alcuni può trasformarsi in un progetto di vita e in una nuova possibilità: «I familiari di mia nonna coltivano la terra e vivono con allevamenti di animali – racconta Francesco Calvelli, imprenditore – e sono più che positivo in proposito: credo che si possa uscire dalla crisi, economica e valoriale, solo riscoprendo i principi di un tempo e i lavori manuali». «Io non faccio l’orto – dice Marta Cirimele, impiegata – non ho il tempo necessario e neanche lo spazio. Ma da quando è andato in pensione mio padre si diletta nell’orto, ed è talmente appassionato che in famiglia simpaticamente chiamiamo l’orto il suo “terzo figlio” per la necessità che hanno gli ortaggi di essere curati e la dedizione con cui lui vi si applica».

lunedì 11 aprile 2016

Concorso ad ostacoli all'Unical

Articolo pubblicato sulla Gazzetta del Sud del 9/04/2016



Problemi tecnici, server che non rispondono ai comandi e i turni del concorso pubblico dei quasi 1000 aspiranti a uno dei sette posti per personale tecnico amministrativo bandito dall'Unical finiscono in un gran caos, con attese di quasi quattro ore e gran nervosismo tra i partecipanti. Questo concorso aveva già fatto parlare di sé per l'alto numero di candidati e per presunti favoritismi, ma adesso la vicenda assume i contorni del grottesco. Un primo calendario delle prove era stato aggiornato proprio per prevenire problemi tecnici, ritardi e mancanze, ma i controlli e i quindici giorni di differenza rispetto alla prima data stabilita non sono serviti. Per sopperire alla mole di richieste di partecipazione erano state individuate e giudicate idonee diverse aule informatiche, al cubo 40 di ingegneria, al 29b di scienze politiche e al 3c e d di economia, aule e strumentazioni che avrebbero dovuto rispondere alle esigenze degli aspiranti. Tutti i partecipanti erano stati preventivamente divisi in 5 turni da svolgersi nel corso della giornata a partire dalle ore dieci. Il test si è reso necessario proprio per l'alto numero delle richieste di partecipazione al fine di scremare i candidati e farli arrivare a un numero di cento per affrontare la prova scritta. La situazione di tensione maggiore si è vissuta all'interno dei laboratori informatici, già occupati dagli aspiranti del primo turno, che sono rimasti lì in attesa per ore. Nervosismo anche fuori dove, tra le varie persone in attesa in molti hanno abbandonato l'idea di poter partecipare visto il dilazionarsi delle ore di attesa e, alla fine, sono state talmente tante le persone che hanno rinunciano e tante le ore di ritardo che per recuperare un po’ di tempo alcuni turni sono stati unificati.

venerdì 8 aprile 2016

#NoTriv

Articolo pubblicato sulla Gazzetta del Sud del 7/04/2016

Una “Festa del mare” in centro città per sensibilizzare ad un’economia attenta al territorio in vista del referendum per abrogare la legge sulle trivellazioni in mare ed evitare che le nostre coste subiscano l’estrazione di gas e petrolio e vadano a sottoporsi a inauditi rischi ambientali e turistici. Con questo importante tema si è tenuta ieri presso la sede di Confesercenti la conferenza stampa di presentazione della “Festa del Mare”, che animerà piazza XI settembre domenica 10 a partire dalle 17. Sono intervenuti alla conferenza Vincenzo Farina, presidente provinciale di Confesercenti; Arturo Bova, consigliere regionale e delegato alla campagna referendaria; Tullio Romita, docente e presidente dell'Associazione Mediterranea di Sociologia del Turismo e Pasquale Capellupo, direttore regionale Confesercenti. L’incontro, partecipato e ricco di interventi e proposte, è stato moderato dal giornalista Carlo Minervini. «Il mare è il grande attrattore di questa regione – dice Farina, sottolineando i motivi del “sì” al referendum “notriv” del 17 aprile – pesando per il 90% nella nostra economia. Il problema delle trivelle riguarda anche l’impatto visivo che queste avranno: non si possono distruggere anni di sforzi per lanciare il turismo, per la creazione di strutture, per la formazione del personale per questo. Il referendum – continua Farina – non ha bandiere politiche: a noi sta a cuore tutelare i cittadini». Sempre su questa lunghezza d’onda Arturo Bova che nel suo intervento si sofferma sulle conseguenze della vittoria del “sì”, cosa che auspica: «se passa il sì non va in porto nessuna riforma: si tratta semplicemente di adeguarsi al fatto che le concessioni alle compagnie energetiche debbano avere una scadenza. Le durate delle concessioni sono state previste per prevenire i gravi problemi di tutela e sicurezza ambientale e lo smantellamento delle piattaforme è a carico delle compagnie che le hanno installate. Solo tra alcuni anni ci si riunirà per parlare di un’economia diversa dal fossile e far vincere il “no” oggi significherebbe fare una scelta anacronistica». Secondo il professor Romita non è chiaro il modello di sviluppo a cui questa nazione vuole far affidamento: «Ci sono due approcci allo sviluppo, il cosiddetto approccio sostenibile che viene definito dello sviluppo economico a ogni costo che si regge sulla teoria che il danno che viene prodotto farlo rientrare diventa un nuovo business, ma abbiamo ormai visto in pratica che ognuno si fa il suo guadagno e sui danni non si fa nulla». L’ultimo intervento, a cura di Capellupo, ha auspicato un impegno dal basso per far vincere il “sì” e non l’assenteismo: «una forte partecipazione al referendum farà cambiare atteggiamento al governo perché saprà in maniera chiara che ciò di cui vogliamo parlare è economia ecosostenibile ed economia della bellezza».

giovedì 7 aprile 2016

Tentacoli del web e lettura

Articolo pubblicato sulla Gazzetta del Sud del 6/04/2016

Con una media di tre presentazioni di libri a settimana, tredici biblioteche aperte al pubblico e numerosissime associazioni culturali che si legano al piacere per la lettura, la città bruzia sembra essere assolutamente in controtendenza rispetto a i dati Istat legati agli ultimi mesi, secondo i quali il sud legge meno rispetto ad ogni altra parte d’Italia. I valori percentuali indicati, ad esempio, registrano un 28,8% di lettori nelle regioni del sud, contro il 49,6 del nord ovest, che incarna il valore più alto di tutto il Paese. Leggere può aprire la mente, dare spunti per affrontare una conversazione, offrire l’opportunità di sapere qualcosa in più e regalare dei momenti di evasione dalla routine. Il fermento culturale legato alle presentazioni di autori e di novità editoriali in città, si traduce, quindi, nel fatto che i cosentini siano appassionati alla lettura? In realtà in base alla fascia d’età si legge per lavoro e studio o per diletto e,poi, la realtà è sempre più variegata rispetto ai numeri in cui viene composta per essere descritta in cifre. «Ho appena finito di leggere un libro – racconta Marco Cosentino, impiegato - mediamente leggo quattro o cinque libri all'anno per via degli impegni che ho, mentre prima leggevo molto di più». I giovanissimi e i bambini hanno in pratica infinite possibilità per svagarsi e spesso la lettura passa in secondo piano: «ho due figli di 8 e 14 anni – racconta Ludovica Capobianco, mamma a tempo pieno – sono molto attenta ai miei ragazzi e faccio letture che possano aiutarmi nel rapportarmi a loro. Cerco anche di stimolare il loro interesse verso i libri, in casa ne abbiamo molti, ma loro sono molto più attratti dalla tecnologia. Credo che crescendo le cose cambieranno, però, già il maggiore si sta appassionando di più alla lettura grazie anche ai suggerimenti degli insegnanti». In realtà la diffusione degli smartphone che regalano un’accessibilità illimitata ai contenuti altrettanto illimitati del web, fanno sì che siano sempre meno le persone che si affidano alla lettura per trascorrere il proprio tempo libero e per rilassarsi. «Leggere dei libri non rappresenta il mio passatempo preferito, ultimamente preferisco videogiochi o la visione di un film – racconta Francesco Didona, videoreporter – infatti ho letto qualche libro nelle vacanze di Natale, ma da allora non ne ho più aperto neanche uno». C’è anche chi nella lettura vede un fedele alleato, da scoprire e riscoprire: «Ho appena preso “Il piccolo principe” per rileggerlo e trascorrere così il mio tempo libero – dice Daniela Cairo, insegnante - non è la prima volta che mi accosto a questo classico, ma ero troppo piccola quando l'ho letto la prima volta e credo di non averne potuto cogliere al meglio il senso». C’è, poi, chi legge per essere sempre aggiornato sul lavoro: «leggo molto per lavoro e principalmente riviste scientifiche – racconta Gianfranco Gallo, dietista – non mi dedico ai libri per diletto perché nel tempo libero preferisco uscire o fare altre attività. In casa ho molti libri e ne sono sempre stato circondato, ma il dovermi continuamente aggiornare non mi fa venir voglia di leggere anche quando non devo farlo!».

giovedì 24 marzo 2016

Associazioni di volontariato, il trend cosentino

Articolo pubblicato sulla Gazzetta del Sud.


Dedicarsi agli altri attivamente, proporre iniziative e costruire dal basso il mondo in cui si vorrebbe vivere, con queste aspirazioni vengono ideate le associazioni di volontariato. In questi giorni è stato reso noto il primo report cosentino a proposito dell’associazionismo locale andando a indagare il trend che le organizzazioni di volontariato registrano sul territorio e un confronto con i dati nazionali. Sono molte le curiosità che emergono a proposito del mondo dei volontari cosentini: quante sono le associazioni, quali i settori di maggiore interesse e, ancora, qual è la divisione di mansioni per genere all’interno delle organizzazioni cittadine ed altre ancora. I dati messi in luce dal Centro servizi volontariato di Cosenza evidenziano un andamento in controtendenza rispetto al report nazionale: se a partire dal 2007 la media italiana descrive una costante diminuzione del numero di organizzazioni di volontariato costituite, nella provincia bruzia gli ultimi tre quinquenni registrano invece una costante crescita tanto che dal 2011 al 2015 sono state costituite 206 realtà equivalenti al 35% del totale con una crescita del 6% rispetto al quinquennio precedente. Dalla lettura del documento si scopre che la prima associazione in città è sorta a partire dal 1941, anno in cui viene fondato il CAI Club Alpino Italiano Sezione di Cosenza, mentre per la seconda e la terza realtà ci vorranno il 1950, anno in cui apre il Centro Italiano Femminile della Provincia di Cosenza, e il 1960 per l’Avis. I settori con cui viene diviso il Registro regionale del volontariato in Calabria sono il sociale, il sanitario, ambiente, protezione civile e cultura, ciascuno dei quali articolato in sottosettori. Il 55% delle 117 organizzazioni di volontariato presenti in città si occupa dell’assistenza sociale e sanitaria; una percentuale che, nel territorio provinciale sale al 74%, mentre al 12% si colloca il settore “Protezione civile”, e “arte” e “cultura” si attestano entrambe al 7%. Il report prende anche in considerazione la presenza o meno delle associazioni sul web, in particolare si fa riferimento all’esistenza di un sito internet (in città sarebbe il 25%), di una casella e-mail mentre per la prima volta annuncia che negli anni a venire saranno raccolti dei dati provenienti anche dai social network. Curiosità dal punto di vista del genere: nell’area urbana si registra che le donne governano le OdV nel 53% dei casi e gli uomini nel 47%, un trend diverso rispetto a quello nazionale e anche dai dati del territorio provinciale, in cui prevale la presenza maschile nella rappresentanza legale delle associazioni. Non è l’unico aspetto su cui ci si differenzia: per quanto riguarda la denominazione delle associazioni, infatti, sul nostro territorio il termine più frequente è, proprio, “associazione” seguito da “volontariato” e “volontari”, tanto che si registrano nel nome 64 ricorrenze per volontariato (11%) e 55 per volontari (9%) mentre nel report nazionale il termine “volontari” compare più volte di “volontariato”.

mercoledì 23 marzo 2016

Percorsi di eccellenza per i meritevoli di Ingegneria Gestionale

Articolo pubblicato sulla Gazzetta del Sud del 22/03/2016



Supportare chi raggiunge i risultati più importanti, offrire momenti di sana competizione e creare un reale ponte tra studio e università, è questa l’opportunità che viene messa in campo per i dodici partecipanti all’iniziativa “Percorsi di eccellenza”, rivolta ai migliori laureandi del corso di studio magistrale in ingegneria gestionale. La presentazione di questa attività integrativa della didattica è avvenuta presso lo University Club alla presenza del prorettore Luigi Filice, che ha portato i saluti istituzionali del rettore Crisci; di Francesca Guerriero, coordinatrice del corso di studi; di Leonardo Pagnotta, direttore del Dimeg; di Francesco Scarcello, delegato alla didattica; di Antonio Amodeo e degli ingegneri Giovanni Arena e Roberto Galdini in rappresentanza di due delle quattro aziende partner dell’iniziativa. La selezione degli studenti più meritevole e interessati è avvenuta mediante un bando, aperto ai circa 80 iscritti al secondo anno del corso di laurea magistrale, e rivolto a tutti coloro che avessero una media di voti dal 28 in su. «A presentare la domanda sono stati tutti coloro che rientravano nei requisiti – ha commentato la professoressa Guerriero – questo ci fa capire che il grado di attenzione dei nostri iscritti nei confronti delle nostre iniziative è molto alto». Su ventuno aspiranti sono stati selezionati i dodici migliori, saranno loro che nei prossimi tre mesi potranno seguire un ciclo di seminari formativi svolti dai manager che operano in diversi ambiti all’interno di quattro tra le aziende più importanti a livello nazionale e internazionale, dando modo agli studenti di confrontarsi con problemi pratici e di cominciare ad applicare le competenze acquisite durante gli anni di corso. «Percorsi d’eccellenza – spiega ancora Guerriero - darà modo agli studenti di anticipare parte degli interventi formativi che le aziende predispongono per i neo assunti, prima che il corso di studi sia finito e può aprire le porte ad eventuali stage e collaborazioni sviluppando anche tra i ragazzi una sana competizione». Un’opportunità per potenziare un curriculum già positivo, infatti seguendo il 90% delle ore erogate e sostenendo le valutazioni di apprendimento durante il percorso si avrà un tassello di qualità in più da aggiungere alle esperienze fatte. La mattinata di apertura di “Percorsi d’eccellenza” è stata anche l’occasione di incontrare nuovamente i quindici ragazzi delle scuole superiori che hanno partecipato al Talent Outstanding Program, grazie al quale i maturandi si sono assicurati un posto come matricole per il prossimo anno accademico nel corso di ingegneria gestionale. «L’obiettivo di questa attività è quello di offrire agli studenti più meritevoli la possibilità di approfondire alcuni argomenti, caratterizzanti il corso di studi - conclude Guerriero - a diretto contatto con manager che di queste tematiche si occupano nel loro lavoro quotidiano ed è una grande soddisfazione per noi aprire questa prima edizione con dei partner di grande pregio, sperando che il loro interessamento contribuisca al successo dell’iniziativa e all’apertura per i prossimi anni anche verso altre realtà aziendali».

venerdì 19 febbraio 2016

Cosa sono le foibe? Le risposte di Cosenza

Articolo pubblicato il 18/02/2016 sulla Gazzetta del Sud



Cosa sappiamo delle foibe, cosa si ricorda dei crimini avvenuti nel dopoguerra e cosa è rimasto più impresso di quell’eccidio a oltre settant’anni da quando tutto è avvenuto e ad appena venticinque da quando è stato portato alla ribalta nazionale? Le foibe sono delle insenature naturali presenti nei territori di Trieste e dell’Istria, tristemente noti per essere state utilizzate come fosse comuni nel ’43 quando l’esercito italiano si dissolse e poi nel ’45 quando vi fu l’occupazione di Trieste da parte delle truppe slave del maresciallo Tito. Una storia che non è recente, ma che per anni è passata in secondo piano e quindi appare nuova e poco conosciuta. «Ricordo di averlo studiato a scuola – afferma Francesco Carpino, informatico – ma non riesco a ricordare bene di cosa si trattasse, vedrò di aggiornarmi su wikipedia!», così come anche altri che fanno fatica a collocare in un tempo preciso quanto e cosa è avvenuto: «non ricordo cosa siano le foibe!» sospira Chiara Cirone, studentessa. I crimini occultati nelle foibe sono avvenuti nel 1945, ma solo quarant’anni dopo sono balzati all’onore delle cronache, ispirati dalla forte volontà della popolazione triestina di far sentire la propria voce e il proprio disappunto contro il presidente della Repubblica Cossiga, che nel 1991 intendeva concedere ai militari jugoslavi di tornare in patria attraverso il porto di Trieste. I friulani insorsero poiché conservavano e conservano calda la memoria del dolore e trovavano intollerabile il passaggio di quegli uomini armati proprio nelle stesse zone in cui, all’indomani del secondo conflitto mondiale migliaia e migliaia di persone, indipendentemente dal loro credo politico, erano state uccise al grido di “morte al fascismo, libertà ai popoli”. Un grido, urlato in slavo un momento prima che le vittime venissero crivellate dai colpi della mitragliatrice e sprofondassero nelle insenature naturali tipiche di quei luoghi. Il termine foibe fa riaffiorare pensieri diversi. C’è chi si sofferma sulle torture, chi sulla crudezza del trasformare delle voragini naturali in fosse comuni, come se togliere l’identità in un posto così caratteristico possa essere ancora più crudele. «Ricollego le foibe ai campi di concentramento – ricorda Mariangela Giudice, impiegata - anzi, molte persone che sono state poi trucidate hanno vissuto esperienze da internati, le torture e, infine, la morte al bordo delle fosse, è stata una cosa atroce, non ne ricordo tutti i dettagli, ma alcune cose mi hanno davvero impressionata». Crimini che hanno sconvolto e colpito: «so cosa sono le foibe - afferma Alessia Quaresima, studentessa -perché, anche se ero piccola o forse proprio per quello, ero rimasta impressionata dall’idea che delle persone potessero essere uccise così, ancora oggi mi sento addolorata, scossa e non so spiegarmi con quale animo e con quale cuore si possa fare una cosa del genere per un’ideologia». E ancora altri che ben ricordano quanto appreso sui banchi di scuola: «so cosa sono le foibe – dice convinto Francesco Basile, negoziante – si trovano in Friuli Venezia Giulia e si tratta di voragini naturali in cui sono stati nascosti i corpi di migliaia di persone, per lo più fascisti, quando è finita la II guerra mondiale». E non è il solo, c’è anche chi ricorda la spiccata natura antifascista che voleva essere data a questi interventi: «le foibe per certi punti di vista rappresentano una lotta ideologica – afferma Federico Muraca, impiegato – che ha visto contrapposti comunisti e fascisti. A soccombere in questo caso sarebbero dovuti essere i secondi». In realtà a finire vittime delle foibe non fu una sola categoria di persone, si parla per certi versi di una sorta di pulizia etnica unita a un’operazione ideologica dovuta anche al fatto che a causa della guerra i confini non erano più chiari e le popolazioni che si trovavano in quei territori vivevano una totale insicurezza. In questo clima a morire furono tutti coloro che venivano tacciati di essere traditori della patria slava, una patria che loro stessi non avevano mai conosciuto, poiché nati italiani. Non si è trattato solamente di uccidere le persone e occultarle nelle voragini di natura carsica, alcune delle quali profonde anche cento metri, ma anche di aver provato a “nascondere tutto” gettando nelle fosse della dinamite, una circostanza che renderà per sempre impossibile capire il numero esatto delle vittime.

giovedì 18 febbraio 2016

Master, se il lavoro tarda ad arrivare

Articolo pubblicato sulla Gazzetta del Sud del 17/02/2016


Investire per specializzarsi e allungare con titoli il curriculum sembra essere l’unica risposta quando, con la laurea in tasca e tanti sogni, l’idea di entrare nel mondo del lavoro non riesce a realizzarsi in tempi brevi. Succede in tutta Italia, accade anche agli studenti dell’università della Calabria. Nel primo mese del 2016 sono stati 22 i master che il campus ha proposto ai neolaureati, una varietà di offerta che riguarda sia il settore umanistico che quello scientifico, mentre continuano a moltiplicarsi in città gli enti privati in grado di erogare dei master nel ventaglio della loro offerta formativa. Questi corsi post laurea possono essere di primo o di secondo livello e vi si accede in base al titolo che si possiede, triennale o magistrale. Sono tanti i motivi che spingono gli studenti a intraprendere un nuovo percorso di studio, dopo la proclamazione.  «Cominci a pensare al master quando la paura di cosa fare dopo la laurea ti assale e si trasforma in ansia e voglia di mollare tutto – dice Antonello Siracusa, laureando del dipartimento di scienze aziendali – quando si vede l’immobilismo del mondo del lavoro non hai lo stimolo di impegnarti e di sbrigarti, se ci si pone come obiettivo un master dopo la laurea si crea un cuscinetto di tempo per ammortizzare l’attesa di un lavoro vero e la situazione, almeno mentalmente, è più sopportabile». Sulla stessa lunghezza d’onda anche una studentessa di area umanistica che estende il suo pensiero all’investimento economico che chi pensa di iscriversi a un master deve mettere in conto: «il master potrebbe essere una soluzione valida per ovviare al problema dell'invio compulsivo di curriculum che spessissimo non trova risposta – dice Isabella Mari, studentessa all’ultimo anno della specialistica in Linguaggi dello spettacolo, del cinema e dei media - il problema dei costi elevati è evidente, però se diventa davvero un investimento per il futuro, è buono pensarci seriamente». Gli studenti e i laureati Unical sembrano essere tutti d’accordo sul fatto che il master possa essere utile, ma devono sussistere delle condizioni: «fare un master sarebbe molto importante perché amplifica e aumenta le conoscenze, e non si sa mai abbastanza – a parlare così Vincenzo Caristo, neolaureato in ingegneria - io lo farei proprio per questo e per avere qualche possibilità in più nel mondo del lavoro... sarei un po’ combattuto sul farlo o meno all’Unical perché, anche se l'organizzazione generale dei vari corsi di laurea è buona, ancora manca quella connessione con le aziende tale per cui ci sia un collegamento tra la teoria data da un master e il mondo del lavoro. Collegamento che, a più riprese, confrontandomi con colleghi che hanno scelto di studiare altrove, fosse anche per un master, ho scoperto esserci in altre università fuori regione». C’è anche chi spostandosi dalla Calabria ha valutato altre alternative alla possibilità di un master: «l'offerta formativa dell’Unical non mi piaceva molto – racconta Chiara Gabriele, laureata del dipartimento di scienze giuridiche -  e quando ho scelto di andare fuori ho preferito impegnarmi in un'esperienza lavorativa. Nonostante ciò ritengo che i master siano molto utili, ma se sono specifici e mirati: per esempio nel mio settore a me sarebbe piaciuto molto farne uno in diritto tributario, ma sono veramente costosissimi».

lunedì 15 febbraio 2016

San Valentino, festa consumistica o festa dell'amore?

Articolo pubblicato sulla Gazzetta del Sud del 14/02/2016.   Cioccolatini, viaggi e regali, la giornata dedicata agli innamorati somiglia sempre di più a una vetrina da cui scegliere cosa comprare e non la celebrazione dell’amore. Una percezione che si ha un po’ da per tutto in città, dove tra vetrine e offerte a tema ogni cosa sembra ricordare l’evento da un punto di vista economico. Tutto ha origine da un rito pagano con cui, nella prima metà di febbraio, si cercava di propiziare la fertilità dei campi, con il cristianesimo lo stesso si trasformò nella celebrazione di san Valentino, protettore degli innamorati ed oggi è una festa sempre più lontana dalle sue origini contadine e improntata, invece, sulla dimostrazione di quanto si ama in termini consumistici. Sono molti in città a ritenere che il significato autentico della festa sia andato perdendosi: «da anni ormai sostengo che sia una festa prettamente consumistica – dice Achiropita Cicala, laureata in scienze aziendali – ormai si pensa solo a fiori, cene, regali a prezzi esagerati per una festa di stampo "romantico" che, in tutta onestà ritengo possa essere festeggiata tranquillamente in uno qualsiasi dei 365 giorni dell'anno» e dello stesso avviso anche un altro parere: «Chi crede nell'amore non aspetta il giorno di san Valentino – afferma Paolo Scebba, deejey - però si è creato un vero e proprio business intorno a questa festa, anche perché rappresenta una possibilità in più per ristoranti, pizzerie e negozi vari per cercare di vendere qualcosa in più». C’è anche chi ritiene che, in linea generale, la superficialità ormai abbia il sopravvento, ma vuole organizzare una giornata speciale, da vivere in quello che ritiene sia il vero spirito che dovrebbe animare il 14 febbraio: «penso che come festa oggi abbia purtroppo un carattere esclusivamente consumistico – afferma Maria Laura Papasergio, ingegnere - e questo ha causato in molte coppie una visione banale del giorno in sé. Personalmente credo in questa festa ma non sono propensa a regalare qualcosa che non sia il mio tempo e le mie attenzioni». È innegabile che i negozianti abbiano plasmato la festa per attirare nuovi clienti, soprattutto coloro che offrono servizi di ristorazione: «san Valentino è diventata una trovata estremamente commerciale, basti pensare a tutti i gadget a tema – afferma Marta Cirimele, impiegata – il 14 febbraio cade proprio tra il Natale e la Pasqua e per questo i negozianti si impegnano a attirare quante più persone possibili. I ristoranti poi si apprestano a creare ambienti caldi e accoglienti quasi surreali… e troppe volte le persone lì sedute mi sembra stiano solo recitando un copione!». San Valentino viene vissuta come un’occasione soprattutto da chi è sposato da molto tempo: «io e mio marito siamo sposati da trentasei anni – racconta Gabriella Ferri, insegnante – e penso che san Valentino sia un’occasione preziosa per fare qualcosa di diverso. Questa festa dovrebbe essere più sentita da noi che abbiamo una routine più che consolidata, e non solo dalle giovani coppie». C’è anche chi nella prossima domenica non trascurerà la compagna, ma non dimenticherà neppure il campionato e la propria squadra del cuore: «diciamo che san Valentino dovrebbe essere tutti i giorni – afferma Gaspare Guzzo Foliaro, impiegato - per me che lo vivo da dentro, essendo fidanzato, è davvero una festa. Per quanto riguarda il fattore consumismo, non saprei. Di solito io e la mia fidanzata ci facciamo regalini normali, non di certo regali da cinquecento o mille euro. Per quest'anno non so ancora che farò. Una cosa è certa: andrò a vedere il derby Cosenza - Catanzaro. La sera si vedrà».

domenica 7 febbraio 2016

Minori e cultura dell'elemosina

Articolo pubblicato sulla Gazzetta del Sud del 6/02/2016
Bruna Larosa

Ogni giorno ai semafori in città si incrociano persone che chiedono l’elemosina, molte di loro si fanno accompagnare da bambini, a volte anche piccolissimi, che vengono esposti allo smog e alla pietà delle persone forse con lo scopo di raccogliere offerte più generose. La situazione in città è molto diffusa e tutti ne sono a conoscenza e ipotizzano soluzioni e impegni che, a loro avviso, potrebbero migliorare le cose. «Quando vedo queste scene mi sento dispiaciuto – afferma in proposito Luigi Caruso, negoziante - perché questi bambini sono sfruttati. D’altra parte loro nascono in quel contesto e acquisiscono la cultura della strada, proprio per questo non so cosa si potrebbe fare: è una mentalità, una consuetudine. Si potrebbe magari mettere un divieto, affinché gli adulti non possano portarli con sé, ma non credo funzionerebbe, purtroppo». Anche altri sono dello stesso avviso: «Credo che i genitori sbaglino enormemente a esporre così i loro figli – commenta Massimo Bosco, imprenditore - ma sono poco fiducioso del fatto che si possa far qualcosa per arginare questo fenomeno qui da noi». Vi è anche la possibilità che chiedere l’elemosina con dei bambini non sia una scelta, ma una contingenza: «sarebbe una cosa ottima non portare i bambini, soprattutto i neonati, ai semafori – osserva Francesca Muoio, casalinga - ma bisogna trovare dove lasciarli! Si potrebbe provvedere a istituire una sorta di asilo dove tenere questi piccoli in sicurezza o aiutare i genitori a trovare un lavoro». Un tema caldo che coinvolge praticamente tutti, tanto che in molti hanno ammesso di aver pensato più volte alle difficoltà e alla durezza della vita per questi minori: «ho sempre pensato a quei bambini e bambine lì fermi ai semafori e mi sono sempre chiesta il perché nessuno li tuteli – commenta Giuseppina Biondi, ingegnere – non si dovrebbe permettere che queste povere anime stiano lì, in situazioni comunque di pericolo. Tutti passano davanti ai loro occhi, tutti sanno che ci sono, ma vengono dimenticati dopo che si è alzato il finestrino della macchina. Non dovrebbero essere usati per intenerire e far elargire denaro. Una vergogna! Non so quali siano gli iter da seguire per migliorare le cose e non conosco le leggi a riguardo ma trovo comunque vergognoso che questa situazione continui da tempo». È abbastanza chiaro che in determinati contesti sociali chiedere l’elemosina sia un lavoro che coinvolga tutti i membri della famiglia, sebbene nella nostra cultura e secondo il nostro ordinamento le cose non siano propriamente così: «l'accattonaggio con minori è, a mio avviso, una tra le più vergognose forme di violenza perpetrate ai danni dei bambini e andrebbe, pertanto, contrastata anche legalmente – commenta Nunzia Procida, laureata in Linguaggi dello spettacolo, del cinema e del video - se è vero che i genitori nomadi approfittano della presenza dei figli per impietosirci non possiamo non ammettere la nostra connivenza dando (o meno) loro una moneta per evitarne lo sguardo. Ma l'elemosina, per i Rom, è anche una questione culturale: questa per loro è una forma di lavoro; un lavoro che possono svolgere tutti, minori inclusi. Messa così, potremmo chiederci: è giusto che un minore lavori? È giusto che un minore non possa decidere del proprio futuro? No. Credo sia necessario vengano elaborate delle proposte politiche per evitare la ghettizzazione di nuove generazioni di nomadi tali da garantire la loro integrazione attraverso il supporto dei servizi sociali presenti sul territorio».

martedì 2 febbraio 2016

Carnevale. Travestiresti tuo figlio da profugo?

Polemiche sui travestimenti per Carnevale anche in città: non era bastato il costume da contadino che riprendeva il look del protagonista di un triste e noto fatto di cronaca: su un sito di acquisti on line per alcune ore è stato messo in vendita l’abitino da profugo nella variante maschile e femminile. Il risultato anche a Cosenza è stato di incredulità e indignazione. «Sono sconvolta! La trovo un'idea solo pubblicitaria, sadica e davvero di poco gusto - commenta Romana Cirillo, mamma di Elisasofia – travestirò la mia piccola da fata: i bimbi devono imparare da subito che le vere favole possono esistere nella vita reale, ma non lo faranno travestendosi da profugo». Sulla stessa lunghezza d’onda Sandro De Luca, papà di Aurora e Arianna: «Dopo la bambola down, ammesso che sia vero dato che l’ho letto sui social, ormai non mi meraviglio più di nulla! Le mie bimbe saranno travestite da coccinella e Minnie». “A Carnevale ogni scherzo vale”, ma il marketing sul dolore e sulla cronaca nera non è propriamente una spiritosaggine. «Mi piace pensare che sia uno scherzo, ma anche così non mi fa ridere! È tutto così marcio... – parla con amara ironia Simona Zaccaria - travestiamoli anche da persone di colore, da gay o lesbiche, insegniamo ai nostri figli la cultura del diverso, no? Questo è il mondo in cui non voglio che mia figlia cresca... Io travestirò la mia bimba da Biancaneve e continuerò a spiegarle che di fronte a Dio siamo tutti uguali (compresi gli animali)». Dello stesso avviso un’altra mamma, Valentina Multari: «Sono sconvolta...a mio avviso è una forma di razzismo! Che tristezza. La mia bimba ha 19 mesi e la travestirò da coniglietto rosa». Le mamme e i papà si soffermano anche sui motivi che possono essere alla base della commercializzazione di questo travestimento: «Probabilmente l'intenzione era quella di ottenere la massima visibilità, o almeno lo voglio sperare – a commentare così Domenica Biondo - io penso che ci stiamo evolvendo in maniera sbagliata perché non accettiamo esseri umani al di fuori dei nostri canoni. E cosa insegneremo ai nostri figli? Che i poveri bambini sfortunati che sbarcano qui da noi troveranno derisione anziché un amico? Che i loro coetanei a carnevale si travestono da persone sfortunate? Io – continua Domenica - sono una mamma alternativa, travestirò mia figlia di 15 mesi da sposa punk, le sto preparando io stessa il vestito e ne farò uno uguale per me». «Non ero a conoscenza di questo look, spero sia un falso – a dirlo Simone Malizia, papà di Beatrice – la mia bambina questo Carnevale sarà la principessa Leia di Star Wars». C’è anche chi si sofferma su quanto possa essere diseducativo, morboso e sbagliato unire il dolore di un profugo al carnevale: «bel modo di far comprendere la gravità dei problemi ai bimbi – commenta con sarcasmo Luana Torchia - disgustoso chi lo ha ideato. Spero solo che nessuno lo abbia anche solo preso in considerazione come possibile travestimento». Anche Rita Carbone, mamma di Eugenio, rivolge il suo pensiero ai profughi, quelli veri: «la trovo una cosa triste e anche vergognosa, pensare di vedere mio figlio vestito da profugo mi fa piangere il cuore: parliamo di gente disperata che cerca di scappare da una guerra in cerca di un futuro migliore, con un altissimo rischio di morte. Quanti ne muoiono? Non dimenticherò mai l’immagine del piccolo bimbo siriano morto sulla spiaggia, i profughi non dovrebbero esistere così come la guerra e la fame e tanto meno vestiti di carnevale da profugo!».