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venerdì 1 gennaio 2016

Blitz artistico a Cosenza

martedì 17 febbraio 2015

Buon Carnevale dal Pollino al mare

Articolo pubblicato il 15/02/2015 su Gazzetta del Sud.

mercoledì 27 luglio 2011

Sceneggiatrice doc


di Bruna Larosa

Annalisa è un’artista originale, approda ancor bambina alla musica e da qui inizia il suo percorso che si risolve in una ricerca incessante attraverso l’arte e per l’arte. Dal pianoforte alle arti figurative fino ad intraprendere gli studi all’Unical nel corso di laurea in Comunicazione e Dams e scoprire la passione per il cinema. Abbiamo parlato con questa promettente artista che, ancora emozionata dalla serata, ci ha rivelato alcuni dei suoi segreti.

Quando ha scoperto Andy Warhol e perché è stata scelta la figura di questo artista per il cortometraggio che la vede protagonista?

La prima volta che mi avvicinai alla pop art, quindi all'icona di Andy è stato a 14 anni; mi innamorai di quello stile bizzarro, ma tanto suggestivo che mi affascinò a tal punto da iniziare anche io a dipingere secondo quel modello! Ho deciso di realizzare questo cortometraggio su di lui, per rivivere quei momenti, cercando di capire cosa si provava. Ho fatto ciò insieme ad una “squadra” di amici e conoscenti , ognuno ha contribuito con il suo sapere alla realizzazione dello short film.

Si è impegnata su due fronti: attrice e sceneggiatrice, quale ruolo è più arduo da interpretare?

E’ stato difficile essere sceneggiatrice, perché riportare su carta la mia visione mentale delle immagini è un compito davvero arduo e molto spesso ciò che uno scrive non è esattamente come lo ha immaginato! Fare l’attrice è stato divertente.

Qual è il fine di questa opera e quali emozioni vi ha dato?

L’amore per l’arte, ma soprattutto far vedere che in Calabria possiamo fare cinema, perché le eccellenze abitano anche qui da noi e non c’è bisogno di emigrare per realizzare un sogno. L’emozione più bella è stata proprio quella di lavorare in squadra per un obiettivo comune che si sta realizzando. Tutto ciò cullando il desiderio che questo sogno diventi una realtà Cinematografica Doc della Calabria.

Vuole rivelarci qualche progetto per il futuro?

Posso parlarti brevemente di un mio progetto futuro, in collaborazione con un giovane regista Rumeno, con il quale stiamo organizzando di immergerci in un viaggio multi etnico per le città del Paese.






Pubblicato sul numero 29 di Mezzoeuro, in edicola dal 23 luglio 2011.

sabato 9 luglio 2011

L'Avvocato Artista


di Bruna Larosa







La Money Art, corrente artistica fondata da Francesco Saverio Russo, noto con il nome d'arte di Fiscer, si basa sulla trasposizione in arte delle piaghe sociali dovute all’eccessivo peso che i soldi hanno nella nostra contemporaneità. La consapevolezza di un “dio denaro” che permea e condiziona la vita di tutti i giorni regala all’arte la possibilità di mostrare situazioni che si allontanano dai valori fondanti della vita. Numerosi i riconoscimenti che sono stati attribuiti al giovane artista catanzarese, tra gli altri la Laurea Honoris Causa dall’Accademia Santa Sara di Alessandria.

Quando ha capito che l’arte poteva essere il suo mondo?

L’ho capito quasi per caso, mi sono sempre interessato all’Arte: seguo molte manifestazioni artistiche, tra cui le Fiere più importanti, ad esempio quest’anno sono stato a quelle di Milano, Bologna, Genova e Padova. Visito spesso Musei e Gallerie d’Arte e così mi sono accorto che mancava ancora qualcosa in questo mondo, mancava qualcuno che avesse il coraggio di parlare attraverso le sue opere e trattare alcuni temi importanti; questo qualcuno, forse con un po’ di presunzione, ho pensato di poter essere io ed è allora che ho iniziato a dipingere.

A quali studi si è dedicato?

Non credo che l’Arte debba essere fatta solo da coloro che hanno studiato questa materia: la vera Arte è un qualcosa che nasce da dentro e non si può controllare; non dimentichiamo che molti pittori guidati da questo istinto irrefrenabile si svegliano in piena notte ed iniziano a dipingere. Così mentre molti si aspettano che io abbia frequentato l’Accademia di Belle Arti o magari il Liceo Artistico devo dire che mi sono laureato in Giurisprudenza presso La Sapienza di Roma ed aggiungo che, infondo, anche Matisse era un avvocato!

A che tipo di pubblico si rivolge la sua arte?

Molti Artisti sostengono di rivolgersi al “pubblico d’elite”, ma io e la Money Art ci rivolgiamo a tutti: dal più acclamato dei critici a colui che non è mai entrato in una galleria. L’Arte è emozione e le emozioni possono provarle tutti.

Com’è il suo rapporto con il denaro nella tua vita quotidiana?

È un rapporto di “buona sopravvivenza” nel senso che serve per vivere, ma anche, alle volte, per soddisfare i propri desideri. I latini dicevano in medio stat virtus: non vado alla ricerca del denaro, se arriva cerco di utilizzarlo al meglio, finanziando la mia arte per farla conoscere a più persone possibili. Credo che finché sei tu ad essere il burattinaio ed il denaro il burattino allora tutto procede nella maniera corretta: se i ruoli si invertono significa che il denaro ha preso il sopravvento e questo è molto pericoloso.

Essere un artista che emozioni le ha dato?

Dal punto di vista “istituzionale” sono stato anche insignito della Laurea Honoris Causa in Arte dall’Accademia Santa Sara di Alessandria. L’emozione che, però, metto al primo posto è osservare le persone alle mie esposizioni: vedo un dialogo tra chi guarda e l’opera, una ricerca di ciò che “ho voluto dire”. Spesso mi raccontano che si continua a discutere anche una volta tornati a casa, mentre generalmente usciti da una galleria d’Arte i commenti e le opinioni terminano su quella soglia, come se l’Arte fosse confinata, confini che spesso appaiono invalicabili.

Che tipo di riscontro ha in Calabria?

Con il cuore in mano devo dire che l’Arte in Calabria è poco considerata: si offrono pochissime possibilità agli artisti e poca considerazione. Due anni fa ho avuto la fortuna di esporre al Carrousel du Louvre, l’entrata del Museo più conosciuta al Mondo, pochi hanno avuto questa fortuna, mi sarei aspettato almeno una chiamata, rappresentavo la Calabria in quel momento, chiamata che nessuno ha fatto. Vivere altrove è un’esigenza, ma sono consapevole che la “non considerazione” sia un problema di tutta l’Italia: l’artista italiano più quotato, Maurizio Cattelan, è dovuto andare all’estero per essere notato. L’Italia purtroppo si limita ad esaltare il già affermato e non a puntare su chi potrebbe diventarvi.





In parte pubblicato su Mezzoeuro n. 27

martedì 5 luglio 2011

Quella classica musica popolare






di Bruna Larosa





Per la nascita del gruppo Ars Enotria Ensemble galeotti furono i cinquantasei volumi di composizioni e filastrocche della tradizione calabrese musicate dal maestro cosentino Armando Muti e custoditi nella Biblioteca Civica di Cosenza. Gli Ars Enotria, pluripremiati per la loro attività di diffusione in musica classica della canzone popolare, riscuotono un gran successo di pubblico e critica, con consensi sia laddove vi siano immigrati calabresi, sia dove la cultura della musica classica risulta ben più radicata che da noi. Solo qualche settimana fa è stato loro assegnato il "Premio Primavera" dal Centro Internazionale Artisti Contemporanei con il patrocinio dell´Assessorato alla Cultura e Centro Storico del Comune di Roma. Abbiamo parlato di questa esperienza con i componenti del gruppo: Barbara Tucci, soprano; Rosalba Cirigliano, arpista; Fausto Castiglione, violoncellista; Ivano Biscardi e Bruno Aloise, rispettivamente fisarmonica/bandoneon e chitarra e in particolare con Anna Stella Cirigliano che ci ha svelato emozioni e curiosità di questo originalissimo gruppo.

Quando nascono gli Ars Enotria e con quale desiderio?

Nel 2004 abbiamo dato vita all´Ars Enotria Ensemble, una formazione con strumentazione classica che ripropone brani musicali appartenenti alla nostra tradizione. Non abbiamo tratto ispirazione da altri gruppi: l´idea è stata quella di voler proporre brani popolari in musica classica, esistendo già su territorio vari gruppi popolari che utilizzano strumenti appartenenti proprio alla tradizione popolare. Il desiderio era essenzialmente quello di dare un piccolo contributo per non far smarrire un repertorio musicale rimesso completamente alla memoria degli anziani che ricordano i brani popolari della loro infanzia.

La vostra formazione ha inciso sulla volontà di organizzarvi come gruppo?

Siamo tutti musicisti diplomati al Conservatorio con conseguenti innumerevoli specializzazioni, per cui la nostra è una formazione classica. Ci siamo "scelti" per amicizia e per la grande stima personale e professionale che ci unisce.

A che tipo di pubblico si rivolge la vostra musica?

Ci rivolgiamo ad un pubblico veramente variegato: la nostra musica è apprezzata dai cultori, ma anche da tutti coloro che non frequentano abitualmente le sale da concerto. Trattandosi di brani popolari, in una prima fase solo calabresi, ma ora anche napoletani e argentini, essi risultano riconoscibili e godibili più facilmente.

Qual è stata l'emozione più grande che avete vissuto?

Tante, ultima in ordine di tempo la mattinata trascorsa a Roma, nella Sala Protomoteca del Campidoglio, ci è stato assegnato un premio da una giuria prestigiosa e siamo anche stati invitati a riproporre il nostro concerto nelle Sale del Bramante il prossimo gennaio. Certo non possiamo dimenticare l´esperienza vissuta a Malta nel 2004. Lì abbiamo potuto constatare la grande ammirazione dimostrataci non solo dagli italiani presenti, ma addirittura dai maltesi che hanno apprezzato tantissimo i nostri brani popolari pur non conoscendoli riempiendoci di applausi e di complimenti!

In Calabria che tipo di riscontro avete con il pubblico e il territorio?

In Calabria il pubblico risponde benissimo, troviamo sempre le sale piene: apprezza molto perché riconosce i brani, ma il problema grosso è rappresentato dalle Istituzioni che non ci aiutano tanto e tutto il lavoro è rimesso alla nostra grande passione e tenacia. Tante volte ci demoralizziamo ma poi basta un sorriso e un applauso e ritroviamo la spinta per andare avanti e perseverare nel nostro progetto nato per caso e quasi per gioco in una sala di biblioteca!






In parte pubblicato su Mezzoeuro in edicola dal 2 Luglio 2011.

domenica 26 giugno 2011

Quando l'arte non si ferma




di Bruna Larosa




Artisti giovani che si rivolgono ad un pubblico giovane: in queste parole si può condensare il senso della manifestazione Non FermArti, che ha messo in scena per ventiquattro ore consecutive, diverse forme d’arte. Lungo il Crati, nel complesso Sant’Agostino è stata allestita la mostra, tante le opere pervenute da ogni parte d’Italia per la kermesse e tantissimi i visitatori che si sono intrattenuti tra i padiglioni dell’esposizione e con gli artisti. L’intera struttura è stata percorsa e ripercorsa da ciascuno: una pista sul pavimento guidava dall’ingresso alle varie sale,verso i lavori da ammirare e gli spettacoli a cui assistere. L’atmosfera creava una sensazione coinvolgente di arte da guardare e da vivere; interno ed esterno dell’edificio ospitante sono stati sapientemente sfruttati e per tutta la durata della manifestazione c’è stato un continuo brulicare di persone, sospinte dalla curiosità tra una sala e un’altra e da un piano all’altro, mentre le iniziative si susseguivano. Dalla danza del ventre, alla lettura teatrale di testi, dalla musica classica, al balletto contemporaneo, in un intenso susseguirsi di informazioni e spettacoli, tutti animati dal tema del doppio.



Il “doppio” è una tematica ricorrente nella letteratura e nell’arte in genere; c’è chi l’ha vissuto come tormento, chi lo ha esorcizzato, chi vi ha convissuto semplicemente; già i miti più antichi mostrano il fascino della dualità dell’essere, a volte come una situazione da sconfiggere, altre volte come la debolezza che portava alla follia senza via d’uscita. I moderni artisti per alcuni versi hanno riproposto queste visioni già consolidate del dualismo, mentre altri hanno preferito dare un’impronta personale al tema. Non in tutte le opere il doppio è diventato uno specchio o un riflesso, spesso è stato cristallizzato l’attimo nel quale la “seconda parte” si impossessa dell’uomo comune, magari cogliendo in uno sguardo riproposto in bianco e nero, il momento in cui la consapevolezza colpisce la speranza e la pupilla si dilata regalando un’espressione decisa e forte al volto. Il doppio come il momento in cui due ballerini non sono più una coppia, ma si uniscono in un’elegante presa, concentrati e soli al centro della scena anche se davanti a tanta gente. A tema anche i testi proposti dal vivo e le rappresentazioni teatrali, musicali e canore che si sono successe per tutta la durata della manifestazione. Associato alle ventiquattro ore d’insonnia creativa un concorso per definire chi sia stato l’artista capace di interpretare e trasmettere al meglio la sua idea di doppio. Ogni visitatore ha avuto un talloncino su cui segnare il proprio preferito, mentre una giuria tecnica ha analizzato le diverse opere ed espresso il suo giudizio tecnico. Ne sono usciti vincitori Ovidiu Morgos e Diego Fazio, con le loro opere, ma, senza ombra di dubbio tutti gli artisti hanno avuto il merito di attrarre gli amanti del genere e, ancor di più, di far parlare di arte i giovani.
























Pubblicato sul numero 25 di Mezzoeuro in edicola dal 25 giugno 2011

martedì 7 giugno 2011

L'arte nel sangue


di Bruna Larosa





Una commissione di esperti italiani e internazionali si sono riuniti e consultati per selezionare quale delle opere in lizza fosse meritevole del premio. Selezionati tre artisti, Santo Alessandro Badolato, Domenico Cordì e Roberta Mandoliti si è proceduto con la premiazione e il riconoscimento che prevede la possibilità di trascorrere tre settimane alla International Artists Residency, all’Omi International Arts Centernello nello stato di New York è stato assegnato al giovane artista di Catanzaro, Domenico Cordì. Già noto nel mondo dell’arte grazie alla partecipazione a diverse esposizioni personali e collettive, ultima delle quali quella denominata Seisud, tenutasi a Gubbio e conclusasi da poco, Cordì ha accolto con emozione ed entusiasmo la prospettiva di crescita e formazione artistica che gli è stata prospettata. D’altro canto la sua capacità di trasporre l’Io in arte, attraverso elementi semplici che riportano alle tradizioni, come ben evidenzia la motivazione del riconoscimento, descrive le doti e il talento che hanno fatto la differenza. Abbiamo parlato con lui della formazione e della passione per l’arte e della possibilità che gli si apre davanti.

Cordì, quando si è avvicinato all’arte?

Il mio primo approccio con i colori l’ho avuto grazie al writing in strada, ma credo che l’intenzione artistica fosse ancora inconscia e sicuramente presente già da prima. La decisione di percorrere questo mondo è maturata con il tempo, ma non la chiamerei decisione, un amico mi disse che "è l’arte a scegliere noi".

Ha seguito un percorso di studi a tema?

Ho frequentato l’accademia inscrivendomi al corso di grafica e conseguendo la laurea di primo livello, durante gli studi ho conosciuto i miei attuali compagni di viaggio che sono diventati la mia vera accademia.

Cosa desidera trasmettere a chi osserva un suo lavoro?

L’aspirazione è quella di creare un sentimento, generato da un momento di riflessione.

Cosa si aspetta dall'esperienza che da qui a breve farà?

Sicuramente sarà un’esperienza che mi arricchirà ad ogni livello. Conoscerò 29 artisti di altrettanti paesi del mondo con i quali vivrò e lavorerò per 3 settimane… prendere in considerazione "cosa aspettarmi", nello specifico, mi fa pensare ad una totale confusione di energia positiva.

Si sente emozionato?

Certo che sono emozionato, è una cosa importante, ed estremamente positiva per moltissimi aspetti, che vanno oltre la mia persona coinvolgendo tutto un mondo di persone che vivono la realtà artistica con la passione nell’animo. Sono campi verdi queste opportunità, in un mondo difficile fatto di dinamiche spesso lontane dal concetto di arte.



Pubblicato sul n. 22 di Mezzoeuro in edicola dal 4 giugno 2011

lunedì 14 febbraio 2011

Arte tra la gente

di Bruna Larosa



Nella società attuale la funzione dell’arte è certamente molto diversa da quella che originariamente le si affidava; essa si è prima modificata a seconda delle esigenze e poi ha dovuto lasciare il passo a nuovi mezzi, diventando sempre più un aspetto marginale nella vita della collettività. Recuperare l’arte e darle una nuova linfa è uno dei compiti che la Sovrintendenza per i Beni Storici, Artistici ed Etnoantropologici della Calabria ha preso su di sé, puntando in special modo sulla curiosità dei giovani, specie universitari, e sulla sensibilità del pubblico.


È il Sant’Agostino dipinto da Mattia Preti, forse nel periodo Maltese, ad aprire un nuovo modo di concepire l’arte anche a Cosenza. Il quadro, posseduto da un antiquario di Roma, ma proveniente addirittura da San Paolo del Brasile è arrivato fino a Cosenza, dove subirà gli interventi di restauro. Nel caso di quest’opera, per la quale non è possibile un raffronto storico a causa della mancanza di fonti, si apre la possibilità di un confronto stilistico con un’opera analoga presente nell’Abazia di Montecassino. Da ciò si evince che il restauro della tela sarà quanto mai importante e rivelatore per gli addetti ai lavori, ma ancor di più per gli appassionati del Mattia Preti e dell’arte in genere. Accade in tante città, succede anche in questa provincia che la ricerca di un nuovo spazio e di una nuova identità per l’arte prenda la strada del ‘cantiere aperto’. Le operazioni di restauro sono certo il momento più delicato della vita di un’opera d’arte e aprire questa fase al curioso e alle persone comuni significa sdoganare alla radice il pregiudizio che l’arte sia per pochi intenditori.


È con estrema soddisfazione che solo qualche giorno fa il Sovrintendente Fabio De Chirico ha presentato la possibilità di visitare il cantiere aperto affinché il visitatore, competente o semplicemente curioso possa ‘capire l’opera da dentro, la diagnostica e il programma delle fasi di restauro’.


Il tutto si svolge in una saletta alla quale si accede dall’atrio di Palazzo Arnone, lì l’opera, i macchinari e gli esperti che come api operose gli si muovono intono. Il primo momento è stato quello della diagnostica, dagli esami preliminari sull’opera sono stati definiti gli interventi da svolgere, tra i quali anche le indagini spettrali che sembrano promettere sorprese, conclusa questa fase si passerà al restauro. Lo scopo di un’operazione tanto delicata quale ‘Opera aperta’ non è solo arricchire la galleria di una nuova tela dipinta dall’artista catanzarese, quanto l’opportunità di regalare una nuova dimensione capace magari anche di riclassificare i luoghi di cultura quali i musei agli occhi delle persone meno sensibilizzate alla causa dell’arte.


Una riproposizione dei luoghi d’arte che nell’immaginario collettivo non devono più essere visti come muri bianchi e chiodi che tengono su delle tele, ma possono mostrarsi in tutta la loro reale intensità, anche attraverso il lavoro alacre e vivo degli esperti del settore. Ogni momento del restauro sarà affrontato dallo Staff interno della Sovrintendenza, che vanta una equipe di alta professionalità e che troppo spesso, vivendo il proprio lavoro nel chiuso dei laboratori viene sottovalutata o addirittura ignorata dal pubblico. In questo modo la Sovrintendenza potrà essere a giusta ragione considerata il luogo di sperimentazione della cultura e dell’arte. Far assistere al processo di restauro è l’unico modo vero di regalare ai cittadini di Cosenza questa opera d’arte; ogni visitatore, infatti, diventerà testimone di un momento importante e irripetibile e al tempo stesso farà propria l’opera d’arte intrecciando a ciò che vede le sue stesse emozioni. Le criticità che possono incontrarsi durante un restauro sono molteplici e proprio per questo la sfida che si abbraccia in un contesto aperto al pubblico è particolarmente sentita e delicata. Una mostra atipica, pensata anche per gli studenti universitari che studiano e sognano questo tipo di professione e che non solo avranno modo di osservare dei professionisti muoversi dal vivo attorno ad un’opera d’arte, ma potranno anche chiedere il riconoscimento di crediti formativi all’Università.


È tangibile nella vita di tutti i giorni l’esigenza di dare all’arte la giusta dimensione, quella che da sempre le appartiene e che con più o meno consapevolezza è stata messa in ombra. Non si sa ancora se ci saranno altri cantieri aperti, ne’ ad oggi è possibile ipotizzare il numero di persone che prenderanno parte all’iniziativa, eppure il segnale è forte e chiaro: l’arte è scesa dal suo piedistallo figurato e reale per offrire a chi vuole andarle incontro un’opportunità forse irripetibile, crescere e migliorare insieme.

lunedì 24 gennaio 2011

Mondino, maestro di fantasmagorie

di Bruna Larosa


Il Museo di Arte Contemporanea di Acri, una realtà culturale riconosciuta a livello nazionale, presenta la mostra ‘Aldo Mondino. Maestro di fantasmagorie’, per celebrare ancora una volta e attraverso i lavori di un grande artista il profondo valore dell’arte. Costituisce una sfida importante portare l'arte contemporanea in una realtà come quella calabrese, una sfida accolta e accettata dalle istituzioni locali consapevoli dei pregiudizi e dello scetticismo che ciò porta con sé.


L’entusiasmo è ancora maggiore quando si ha la possibilità di far conoscere un artista come il poliedrico Mondino, mai parco nella creatività, carico di un’esuberanza artistica positiva e ricercata. La mostra, dedicata a lui soltanto, è per ricordare attraverso la sua stessa arte il maestro torinese, scomparso nel 2005. L’artista in questione è uno dei rappresentanti della stagione di fermento culturale che ha caratterizzato gli anni Sessanta del capoluogo piemontese.


Lo stile originale di Mondino ripercorre e ripropone le sue esperienze intellettuali insaporendole della sottile, ma elegante sagacia con cui guardava il mondo. Una vita vissuta tra l’Italia e la Francia dove si reca ancora ragazzo e dove ha la possibilità di seguire i corsi del maestro William Hayter e dove frequenta l’Ecole du Louvre; nello stesso tempo stringe dei legami importanti con artisti del periodo quali Sebastian Matta e Wilfredo Lam. Bisogna riconoscere all’artista la capacità di riversare nel suo lavoro ogni vicissitudine astraendola dal contesto originario, metabolizzandola e adattandola allo studio manipolatorio della materia.


A beneficio del pubblico il titolo fortemente evocativo della mostra parla di ‘fantasmagorie’ lo stesso termine con cui in tempi recenti si sono identificate le prime creazioni cinematografiche che coinvolgevano diversi aspetti dell’arte quali le immagini e la musica. Un titolo che è già una presentazione poiché gli organizzatori lo ricollegano all’eco dei celebri versi del francese Arthur Rimbaud che con prontezza affermava ‘di aver tutti i talenti’ tra le prime righe dell’opera ‘Una stagione all’inferno’. Per evidenziare le diverse capacità di Mondino potrebbe essere sufficiente ricordare quelle sue opere costruite con confezioni di torrone, selle di cavallo o aringhe affumicate a testimonianza di una vicinanza alla realtà quotidiana non sempre comune tra gli artisti. Un’attenzione per il reale che proviene anche dalla frequentazione del maestro con un gruppo di poveristi, artisti che incentrano la loro attenzione su cose estremamente semplici, alle basi di quel linguaggio più complesso che si riflette spesso nell’arte.


Sempre a tali influssi si possono legare delle altre opere, quali le sculture in cioccolato e zucchero di canna. Il fluire costante di idee diverse si è trasformato in un insieme di ispirazioni sempre nuove che l’artista ha avuto la capacità di elaborare in maniera sempre nuova e originale. Così ogni esperienza di studio e di vita si trasforma in una nuova prospettiva, in una innovativa scoperta che viene applicata con sapienza e determinazione all’arte. Solo per citare alcuni tra i Maestri con cui il nostro ebbe a che fare ricordiamo, oltre l’espressionista William Hyter, il futurista Gino Severini, famoso per essere riuscito a fondere insieme fattibilità e creatività. Questi e anche altri artisti ebbero una profonda influenza sulla formazione del genio di Mondino.


La variegata vita del maestro torinese attraversa diversi periodi; una fase citazionista dai forti richiami pop e un successivo ciclo orientalista, sviluppatosi negli anni Settanta con la serie King, proseguito con quella dei Dervisci e con sperimentazioni solenni, eccentriche e coraggiose. È impossibile rappresentare lo spirito di un artista, ma il MACA ci prova proponendo venti opere diverse, scelte tra sculture di grandi dimensioni, dipinti e una serie di gioielli per offrire al pubblico la possibilità di sfiorare il carattere esotico e variegato del ‘creatore di fantasmagorie’.



Pubblicato su Mezzoeuro in edicola dal 15/01/2011

lunedì 10 gennaio 2011

La natura come valore

di Bruna Larosa

Un ambiente espositivo caldo e accogliente per la mostra che prende il titolo di Laudi per Frammenti e Colori tenuta a Cosenza. L’autore, noto anche per aver realizzato la Via Crucis artistica di Grimaldi, è il prof. Pino Minìaci che ha voluto raccogliere in questi quadri la sua concezione della Natura Madre spesso bistrattata dall’uomo, quale figlio distratto e assente. Può sembrare una scelta controcorrente quella di non imporre l’uomo come fulcro delle rappresentazioni ma il proporre la natura come soggetto principale risponde perfettamente alla poetica dell’artista spesso dedito a decantare le bellezze dei panorami naturalistici. Le tele sono caratterizzate dalla continua tensione a raggiungere una quarta dimensione, quella che Picasso identifica nel tempo, testimoniata dalla ‘costruzione’ frammentata dell’immagine. Tratti severi e decisi tagliano e scompongono le rappresentazioni e, oltre alle sezioni vi è un particolare utilizzo dei colori; tali espedienti consentono di rivelare all’ammiratore l’immagine solo ad una certa distanza e solo con un’ attenta visione. Il soggetto, cioè la natura riesce a soddisfare così quel suo bisogno di tempo e di spazio. Tra le tele c’è una serigrafia che sintetizza attraverso i suoi colori la realtà naturalistica della nostra Regione, ricca di luci e di sfumature. Si tratta di una natura morta di caravaggesca memoria, titolata ‘I colori della Calabria’ nella quale, in tutta la loro fulgida bontà sono rappresentate pannocchie, peperoni, melanzane, pomodori e altri caratteristici ortaggi, che deliziano le nostre zone. Elementi semplici che però non devono far dimenticare a tutti coloro che vivono questa terra e godono dei suoi frutti di quanto le cose semplici siano in realtà le più desiderabili.
Abbiamo parlato con Pino Minìaci che ci ha offerto uno spaccato della mostra e della realtà attraverso il suo sguardo d’artista.
Minìaci, da cosa trae ispirazione per la sua arte?

Traggo l’ispirazione dalle esperienze della mia vita che mi hanno portato a vivere per lunghi anni fuori dalla Calabria; quando si vive lontano si ha la possibilità di rivalutare tante cose. È soprattutto questo quello che cerco di trasmettere attraverso i miei quadri. La mia ispirazione risiede in tutto ciò che mi circonda, lasciandomi suggestionare fortemente dalle bellezze della natura.

C’è qualche tela che considera maggiormente rappresentativa?

In una, Jolly Rosso, c’è un richiamo all’attualità, avevo sentito la notizia relativa alle navi dei veleni e ne è venuto fuori questo quadro, con una nave rossa che solca il mare. Una commistione quindi tra l’elemento naturale e quello umano/artificiale: l’uomo cammina con l’acceleratore non rendendosi conto che dovrebbe avere più riguardo nei confronti della natura e andare alla sua stessa velocità. Ogni danno fatto alla natura si risolve in un danno per noi stessi, sarebbe opportuno tenerne conto.

Lei sceglie di rappresentare la Natura e dove la figura umana è contestualizzata in un paesaggio, è soggetta a una forte stilizzazione, quale messaggio vuole trasmettere?
La centralità della natura è qualcosa che supera fortemente l’idea che nell’ immaginario collettivo si ha verso la stessa. Io rappresento ciò che c’è di bello e che spesso non viene notato per indifferenza o distrazione. L’uomo è già protagonista della natura, basti pensare, ad esempio, che proveniamo da un elemento naturale, quale l’acqua, così nei quadri che propongo la figura umana diventa astrazione.
Ogni soggetto è suddiviso in ‘sezioni’ da delle rette nere o bianche che lo attraversano, vuole svelarci qualcosa in merito?

Conservo sempre il mio occhio da scultore, tanto che accanto ai pennelli utilizzo come arnesi da lavoro delle spatole per realizzare quelle che sono state definite delle ‘sciabolate’. I tagli mi aiutano a soddisfare la mia volontà di dare una nuova dimensione alla tela, regalando un effetto di ‘tutto tondo’ che chi visiona l’opera altrimenti non riuscirebbe a percepire. Lo stile che ho adottato può sembrare illeggibile, in realtà tento solo di far riappropriare l’arte dello spazio naturale di cui necessita: lo spettatore dovrà, infatti, fermarsi ad osservare la tela e allontanarsi ad una certa distanza donando all’opera tempo e spazio.
Qualche considerazione sul valore dell’arte?
Penso spesso a tutte le cose che si potrebbero realizzare anche dal punto di vista turistico se si avesse una maggior coscienza delle bellezze presenti nelle nostre zone. Manca, purtroppo, una consapevolezza diffusa, tanto che riterrei utile che la storia dell’arte, essendo l’Italia ricca di monumenti ed opere, venisse studiata fin da piccoli per sviluppare quella sensibilità di cui si ha tanto bisogno; le mancanze, infatti, non sono solo della nostra terra. L’ arte potrebbe essere lo strumento per migliorare l’assetto economico non solo della Calabria, ma di tutta l’Italia.


Pubblicato su Mezzoeuro in edicola da sabato 8 gennaio 2011

martedì 4 gennaio 2011

Pennelli d'autore

di Bruna Larosa


Tutto ciò che riguarda la cultura e l’arte in Calabria ha purtroppo il sapore della rarità e dell’eccezione. Sempre protratti alla ricorsa delle grandi opere, le stesse che nella maggior parte dei casi si risolvono in ‘semplici’ cattedrali nel deserto, non si è soliti concentrare l’attenzione alla valorizzazione degli aspetti culturali presenti. Così mentre siamo tutti consapevoli del fatto che non solo la nostra terra sia custode di immani bellezze naturalistiche e di risorse archeologiche non ben valorizzate, ne’ custodite, allo stesso tempo siamo impassibili testimoni di giovani talenti dell’arte che spesso devono spostarsi altrove per dar sfogo al loro talento. Una sfaccettatura della fuga dei cervelli, questa, spesso messa in ombra da altri aspetti considerati dai più maggiormente competitivi nel mondo del lavoro e dello sviluppo. In ogni caso si tratta di una perdita per la nostra regione che arranca dietro le altre scopiazzando dei modelli che mal di confanno al suo spirito, piuttosto di creare un’identità propria fatta con le sue bellezze e i propri talenti. Non può esserci sviluppo senza ricerca e senza cultura, una regione che vuole risollevarsi dallo stato di inferiorità in cui è stata calata non può prescindere da tali particolari, spesso troppo dimenticati e svalutati. Alla luce di tutto ciò viene da chiedersi se è possibile dar sfogo al potere creativo e cosa si deve essere spinti e disposti realmente a fare per potersi esprimere.



Abbiamo parlato di questo con un giovane artista contemporaneo, Pasquale De Sensi, lametino d’origine ed esatto modello dell’artista eclettico e appassionato. A soli ventisei anni ha partecipato alla Biennale Internazionale d’Arte Contemporanea svoltasi a Roma e grazie alle sue opere ha avuto una segnalazione al Premio Celeste 2010 nella Sezione Grafica, oltre ad essere stato presente in numerose esposizioni sia collettive che personali sparse per tutta l’Italia.


De Sensi, ad oggi lei è un interessante personaggio nel panorama dell’arte contemporanea, che tipo di studi ha seguito per migliorare e maturare questa sua propensione?

Ho frequentato diverse Accademie di Belle Arti; a Roma, a Reggio Calabria, a Perugia, a Urbino, ma contemporaneamente ho sempre seguito un mio percorso di studi autonomo. Penso infatti che l'arte non si impari da altri e non si possa insegnare a nessuno. E’ un vero e proprio mestiere che richiede impegno e costanza ed il lavoro, per non diventare un sacrificio e quindi un danno, deve necessariamente corrispondere a una passione, a una inclinazione spontanea.


Da cosa trae ispirazione e quale messaggio intende lanciare con la sua arte?

L’ispirazione proviene soprattutto dalla musica che ascolto e dai libri. Ogni immagine che propongo è un pensiero diverso; mi interessa sopratutto creare dei contrasti e delle analogie visive abbastanza forti da suscitare nell'osservatore una ricerca di senso. Non traggo molti spunti dalla realtà di tutti i giorni che al massimo mi limito a fotografare ed usare come base. Senza il bisogno autentico e intimamente indispensabile di comunicare il proprio immaginario, l'artista rischia di diventare una specie di uomo di spettacolo, che lavora solo per il successo personale. Credo che per non cadere in questo genere di aberrazioni non si debba mai perdere il contatto con le proprie origini e la propria formazione intellettuale.


Calabrese d’origine ma continuamente in viaggio, è un desiderio o una necessità dettata, magari, dallo stato dell’arte nella nostra regione?

Le tematiche e i linguaggi con cui si confronta chi lavora nell'ambito dell'arte contemporanea possono essere definiti globali poiché non appartengono a questa o a quella regione; è per questo necessaria una apertura verso l'esterno. Ho vissuto per due anni a Reggio Calabria, una città con un clima e un paesaggio invidiabili, eppure, appena possibile, il desiderio di vedere cose diverse mi porta a spostarmi e a viaggiare molto.


Qual è, dunque, il suo punto di vista sullo stato dell’arte in Italia e in Calabria più in particolare?

Ad oggi in Italia le discipline che riguardano la cultura umanistica vengono difficilmente riconosciute e ripagate dalla società; succede con le arti figurative, come per la musica e per il teatro. Per quanto riguarda l’arte contemporanea in sé, il problema in Calabria è principalmente di tipo politico. La Calabria è oggettivamente fra le regioni più chiuse e retrograde rispetto alla scena contemporanea nazionale. A parte Cosenza, Catanzaro con il Marca e il parco della Roccelletta di Borgia, la Calabria rimane una regione dove i progetti più ambiziosi vengono lasciati sfumare e si consumano in beghe amministrative e polemiche. Penso, ad esempio, al caso di Lamezia Terme, dove da anni si parla di realizzare un museo del contemporaneo intestato a Luigi Di Sarro: di fatto il progetto è fermo e diventa di anno in anno più modesto. La classe politica spesso non comprende che non può esserci sviluppo reale senza cultura.




Pubblicato sul n.° 46 di Mezzoeuro in edicola da sabato 20/11/2010.

domenica 26 dicembre 2010

Il teatro nella società dell'apparire


di Bruna Larosa

È passato molto tempo da quando si riteneva che il teatro fosse il luogo delle maschere e in quella che oggi si ama definire la `società delle apparenze´ sembra non ci sia più spazio per questa interessantissima forma d´arte. È palese che ormai il potere del teatro non sia riconosciuto nella contemporaneità, nonostante il ruolo che gli era stato attribuito, esso è stato via via sostituito da nuovi mezzi più comuni; così, se nell´Antica Grecia la tragedia aveva il compito di `purificare´ il pubblico mediante la katarsi, oggi i moderni mezzi di intrattenimento e informazione hanno superato per preferenze e fruizione l´attività teatrale. In un clima nazionale di depressione solo chi crede davvero in questo linguaggio può andare avanti e avere la tenacia di proporre spettacoli innovativi e interessanti.


La Compagnia Bruzia Ballet è una realtà del panorama teatrale sorta a Cosenza dal desiderio di creare qualcosa di innovativo proprio in questo territorio. Il teatro è stato spesso recettore dei vizi dell´uomo; attraverso le trasposizioni gli veniva affidato il gravoso compito di cristallizzare e palesare i mali dell´umanità creando una forte compartecipazione tra palco e platea. Riprendendo questa sfaccettatura la compagnia Bruzia Ballet propone un Musical, Barabba, che lo scorso 16 novembre presso il Teatro Morelli è arrivato alla sua settima rappresentazione. Quella proposta è una narrazione ricca ed emozionate, fluida e al tempo stesso piena di riflessioni, con una chiave di lettura immediata: si riflette su quanto sia giusto e legittimo giudicare un altro uomo per i suoi operati senza, magari, conoscerne l´animo; infondo in ognuno di noi alberga il bene e il male. In ciò il paradosso: il teatro, mondo della finzione è calato nel mondo reale in cui ognuno indossa una maschera e giudica con una certa facilità l´altro! Forte di un tale antefatto il musical propone come protagonista quello che, in una prima analisi, si può considerare "l´antieroe", recuperando per Barabba la dimensione umana fatta di bene e male, di peccato e purezza. Egli, nella sua cella in quella che crede sia la sua ultima notte, ripercorre in un coinvolgente flashback gli episodi più significativi della sua vita mostrandosi a nudo, perdendo così la sua maschera di peccatore e riconducendosi a uomo tra gli uomini.
Il musical, rappresentato a Roma presso il Teatro Greco, ha ricevuto anche il plauso di Renato Greco, esperto e conoscitore del mondo teatrale.


Dell´affascinante mondo del teatro abbiamo parlato con Paolo Gagliardi coreografo, nonché direttore artistico della compagnia Bruzia Ballet.



Nonostante la crisi che sta attraversando il mondo del teatro il musical di cui lei è il coreografo sta riscuotendo un notevole successo, qual è il segreto?
Tutti noi della compagnia crediamo fortemente in ciò che facciamo, anche se dobbiamo riconoscere di essere dei `folli´ perché in questo clima di latenza investiamo le nostre energie in un campo forse troppo poco considerato. Eppure proprio il fatto di averci creduto ci sta regalando delle reali soddisfazioni.


Per emozionare bisogna emozionarsi, eppure fare il coreografo significa trasmettere le proprie idee ai ballerini, quindi persone `altre´ che dovranno esprimere ciò che lei ha pensato. Come si fa a trovare un punto di incontro?
La profonda stima che nutro nei confronti del corpo di ballo è essenziale per sapere che ognuno di loro ha qualcosa di bello da esprimere e dare. Nella loro individualità riescono a darmi tanto e cerco sempre di mettere in luce il loro personale modo di interpretare un´emozione. Non entro nella sala con la coreografia pronta, si crea piano piano, tutti insieme. Si parte da un´idea, un input, poi spesso accade che il `mio´ movimento su un ballerino risulti anche migliore: riesca a interiorizzarlo e a rispecchiare ancor meglio ciò che io stesso pensavo!



Uno spettacolo teatrale, ancor meglio un Musical si compone di canto, recitazione e ballo, ma cosa c´è prima di arrivare ad avere un canovaccio da seguire?
Sicuramente alla base di tutto c´è una profonda intesa tra i membri del consiglio della compagnia seguiti dalla coesione e dal confronto libero e costruttivo con tutti gli altri. Dietro uno spettacolo c´è sempre un profondo studio e un´ampia ricerca: del personaggio innanzitutto, poi delle ambientazioni, dei luoghi. Si scava dentro se stessi per trovare l´emozione giusta, quella che va assolutamente condivisa per far capire il proprio punto di vista circa i personaggi. Il lavoro introspettivo è alla base di ciò che si porterà in scena. La nostra compagnia non penalizza un´arte per l´altra: l´intesa di vedute tra me, coreografo e Antonio Conti, regista, ha dato come esito la totale commistione di ballo e recitazione, cosa che non sempre si riesce a ottenere. Puntando tutti allo stesso obiettivo, cioè trasmettere delle emozioni al pubblico, abbiamo raggiunto questo risultato di coesione però c´è voluto un lungo lavoro di discussione per sfatare le diffidenze iniziali che, provenendo da due `mondi diversi´, portavamo con noi.




Pubblicato sul n. 46 di MezzoEuro in edicola dal 20 novembre 2010.

domenica 12 dicembre 2010

Il mito dell'archeologia

di Bruna Larosa


Scoprire la storia al di là della leggenda, avere tra le mani la realtà dei tempi e respirare l’odore caldo e avvolgente della terra che cela, come in un abbraccio, mille antichi tesori; deve essere questa la sensazione che vive sulla sua pelle chi si occupa di archeologia. La curiosità innata verso antichi usi e costumi, la possibilità di abbattere le barriere temporali e la consapevolezza di poter far tanto di più, addirittura arrivare a dare una base realistica a quegli avvenimenti storici di dubbia collocazione territoriale ma non solo. Un mondo certo affascinante e rivelatore che riesce a tradursi in passione e abnegazione quando, scoperto l’uso degli arnesi tipici del mestiere ci si cala alla ricerca della ‘verità’. L’emozione più grande è quella della storia scritta a parole che si materializza e diventa una plastica realtà tra le mani di chi studia e lavora nell’affascinante campo dell’archeologia. Sono tanti i siti archeologici che il nostro Paese può vantare, le civiltà che si sono successe nel tempo hanno fatto di questa terra una miniera preziosa per tali studi, sebbene non siano, poi, tantissime, per lo meno non quante potrebbero e dovrebbero, le persone coinvolte in questo tipo di attività.



Abbiamo parlato di questa affascinante passione con Angelica Tundis, studentessa universitaria che ha avuto la possibilità di approfondire la sua passione con lo studio sul campo, partecipando ad alcune spedizioni archeologiche.



Angelica, come ha scoperto la passione per l'archeologia?


Ho sempre avuto una grande passione nei riguardi della storia e dell’ archeologia in particolare. Il solo pensare di poter andare indietro nel tempo e scoprire il modo di vivere di antiche civiltà, o, ancor di più l’emozione di poterne far affiorare di nuove, mi ha sempre affascinato! Oggi so che l’ archeologia è tanto studio e, soprattutto, tanto lavoro eppure non posso far a meno di pensare che ad incentivare questa passione, per lo meno all’inizio, sia stato il telefilm "Relic Hunter" che mi faceva immedesimare nella protagonista di splendide avventure… Certo allora ancora non pensavo all’università ed è per me una sensazione fantastica oggi poter studiare l’archeologia per provare a realizzare il mio sogno.



L’archeologia è prima di tutto studio, ma anche esperienza sul campo. Com’è stata la prima volta che ha partecipato ad una sezione di scavi?


Ho avuto modo di fare alcune esperienze sul campo, tutte molto significative e in ognuna di queste ho imparato qualcosa. La prima volta che sono entrata in uno scavo ero talmente entusiasta da non stare nella pelle! Lì su due piedi non sapevo cosa mi sarei trovata davanti e soprattutto cosa avrei dovuto fare, ma ho trovato una grande disponibilità; infatti ho imparato a usare la trowel (la cazzuola adatta per lo scavo) e, la cosa più emozionante, come riconoscere uno strato dall'altro. Fin dalla prima volta ogni esperienza fatta mi ha donato qualcosa di prezioso, non solo perché sul momento mi ha permesso di soddisfare la mia curiosità, ma perché spero che questi possano essere gli strumenti che userò nel mio futuro.



C’è qualche situazione particolare che ha vissuto e ha voglia di condividere?


Da qualche settimana ho concluso l’ultima esperienza di scavo che è stata, anche, la più significativa. Il lavoro sul campo è stato intenso, ma in questa occasione mi sono occupata anche del "dopo - scavo "; ho provveduto cioè alla documentazione, che, per gli addetti ai lavori è uno degli aspetti più importanti del nostro operato. Attraverso la documentazione, ad esempio, abbiamo la possibilità di descrivere e interpretare le tracce trovate sul terreno. Ogni esperienza che ho avuto l’opportunità di vivere in questo campo mi ha provocato emozioni intense e sempre diverse, tanto che la mia passione ne esce sempre più rafforzata e cresce anche la speranza di poter continuare su questa strada.



Nonostante il nostro Paese possa vantare un patrimonio archeologico di inestimabile valore dislocato in ogni sua parte, l’interesse nei confronti di questa attività sembra spento. Allo stato dei fatti cosa si aspetta per il futuro chi come lei si impegna in questo particolare tipo di studio?



L’archeologia ci dà la possibilità di portare alla luce il nostro passato e, quindi, di rispondere all’innata esigenza dell’uomo di ‘avere delle origini’; attraverso questa considerazione emerge l’importanza di un impegno per la rivalutazione di questa attività. Senza Storia non saremmo nulla e l’ indifferenza in cui versa un’arte come quella di scavo e documentazione, mi fa capire che, in realtà, queste siano ancora sconosciute a molti. In un campo come l’archeologia c’è sempre tanto da imparare per raggiungere dei livelli importanti, così nonostante io abbia alle spalle diversi anni di studio, durante i quali ho dato tutta me stessa per riuscire a raggiungere un buon livello di formazione, so perfettamente che dovrò continuare a studiare e impegnarmi. È così per me e per quanti hanno scelto di intraprendere questa strada. Il traguardo, dunque, è ancora lontano, ma la speranza di sentirmi soddisfatta per aver avuto il coraggio di seguire la mia passione mi spinge a continuare per questa strada, nonostante tutto.

sabato 4 settembre 2010

A muso duro

di Bruna Larosa


Non solo avvocati, medici e ingegneri, nella nostra regione lo spirito pulsante dell’arte coinvolge intere schiere di ragazze e ragazzi che, coltivando con studio e dedizione le loro passioni, affollano i conservatori presenti nelle diverse province. Ma cosa significa coltivare un’arte come il canto e la musica in una realtà che si scontra tutti i giorni con problematiche gravi e lontane dalle belle arti? Ne abbiamo parlato con Domenico Barreca, già noto nella piana di Gioia Tauro come giovane talento del canto.

Qual è il suo sogno e cosa fa per coltivarlo?
Il mio sogno è legato alla musica: la compagna perfetta, grazie alla quale ho potuto vivere emozioni indescrivibili.. Nel futuro vorrei vivere di musica il che, per me, non significa per forza diventare un cantante famoso, ma svolgere un qualsiasi ruolo nel panorama musicale! Al momento sono iscritto al corso di canto jazz al conservatorio "S. Giacomantonio" di Cosenza. Quello del jazz è uno studio molto complesso, e sebbene lo abbia intrapreso solo da qualche anno mi sta dando veramente tanto,affascinandomi ogni giorno di più! Sempre a Cosenza studio canto moderno con Rosa Martirano, un'artista straordinaria e allo stesso tempo una persona che dal punto di vista musicale e umano non smetterò mai di ringraziare.

Un sogno così grande può essere penalizzato dalla regione in cui viviamo?
Io sono calabrese e sogno di poter rimanere nella mia terra pur facendo
musica, nonostante ciò, con il passare degli anni aumenta la consapevolezza di quanto ciò sia difficile. Quando penso alla Calabria la prima cosa che mi viene in mente è che mancano delle strutture per poter fare arte! La cosa che mi fa più rabbia, poi, è che pur essendoci artisti straordinari nella nostra terra li costringiamo a scegliere tra l’emigrazione e l’anonimato. La Calabria, indubbiamente, ha problemi ben più gravi a cui pensare, ma a parte qualche eccezione (ad esempio l’esperienza del promoter Ruggero Pegna che, tra mille difficoltà, ha dato tantissimo, anche dal punto di vista culturale, a questa regione) l'arte non vive di una reale considerazione, vuoi per incompetenza o inconsapevolezza. Mi domando perché, ad esempio, sul nostro territorio vengano preferiti i bellocci di turno e non gli artisti di qualità che vi vivono. Poi mi rendo conto che le persone non sono educate ad uno spettacolo di tipo diverso e seguono eventi che possiamo definire puramente ‘commerciali’ piuttosto che altri. Per questo è difficile cambiare le cose!

Lei parla di difficoltà eppure negli ultimi anni, complici vari show (talent o reality), sembra che le luci della ribalta siano più accessibili…
Per quel poco che ho potuto vedere so che prima di proporsi nel mondo dello spettacolo c’è gente che studia anni e anni nelle varie accademie, investendo anche una notevole quantità di denaro ed infine, si trova costretta a dover dar spazio ai partecipanti di questo o quel reality arrivando a rinunciare al proprio sogno. Credo che questo sia l’effetto di un pubblico che sceglie di seguire quel tipo di programma, insomma, un problema di educazione ai media, come dicevo prima. Per quanto riguarda i talent show spezzo una lancia a favore dei ragazzi che vi partecipano, sicuramente avranno del talento e delle capacità, tuttavia, osservando la cosa da spettatore ritengo che il problema sia nella struttura del programma, in quanto spesso si ha l’impressione che tutto sia studiato a tavolino senza badare alla qualità della musica o dell’artista, ma al guadagno! Allo stato di fatto ad essere danneggiati sono ancora una volta i ragazzi che studiano nei conservatori e poi vengono scavallati per questioni di audience e notorietà.

Se potesse avanzare una proposta a chi di dovere per migliorare le cose nella nostra regione cosa diresti?
Il problema dell’arte riguarda tutta l’Italia, paradossalmente non viene considerata un patrimonio culturale! Solo per fare un esempio il musicista in generale viene etichettato come un fannullone! Posso, invece, assicurare che studiare musica comporta tanti sacrifici e rinunce, ore ed ore di studio giornaliero. Sarebbe bello se un giorno non troppo lontano chi di competenza possa tutelare l'artista. Anche, ad esempio, sovvenzionando gli studi per chi frequenta i conservatori e le accademie, come succede in molte altre nazioni... Spero anche che i discografici la smettano di produrre musica usa e getta che tornino nei club, nelle cantine, nei locali perché lì, loro lo sanno bene, c'è il vero artista!!! Vista la situazione in cui versiamo un cambiamento è difficile, ma da sognatore incallito continuo a crederci.

C’è un motto una frase che la guida per descrivere la realtà che vive con i suoi colleghi?
La frase che considero il manifesto per chi vuole fare arte con il cuore è quella di Pierangelo Bertoli della splendida ‘A muso Duro’: "canterò le mie canzoni per la strada ed affronterò la vita a muso duro un guerriero senza patria e senza spada con un piede nel passato e lo sguardo dritto e aperto nel futuro".


Pubblicato sul numero 32-35 4 settembre 2010 di MezzoEuro