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mercoledì 2 dicembre 2015

#NonCiFermaNessuno Tour 2015/2016 Tappa Unical

Articolo pubblicato sulla Gazzetta del Sud del 1 dicembre 2015




mercoledì 11 febbraio 2015

Quella voglia d'andar via

Articolo apparso su Gazzetta del Sud, il 10 febbraio 2015.

giovedì 22 gennaio 2015

Precariato: stile di vita e altre amenità

di Bruna Larosa


Precario è il termine con cui si identificano tutte quelle persone non inserite in maniera stabile nel mondo del lavoro. Precario è una parola molto in voga, "precarietà dei sentimenti", precarietà nei matrimoni... Quella torta ha un equilibrio precario.... Il tempo è precario... Insomma, ossessionati come siamo abbiamo fatto diventare precaria ogni cosa.

Essere precari, nella realtà, non significa "solo" non avere stabilità, significa più che altro, non avere libertà.

Se lavori come precario sei un moderno schiavo di chi ti fa lavorare. Tu dai il massimo. Tu ci speri che le cose vadano al meglio "perché magari poi si vede". La verità è che si passa da uno schiavista all'altro e si guadagna solo tanta stanchezza, tanta disillusione...

Essere precari significa vivere di speranze mozzate, di progetti a metà, di genitori ansiosi che vegliano sui nostri sogni. Significa anche vivere di figli che non nasceranno.

Poi ti consigliano: un bambino fallo comunque. Per essere felici basta essere in due... Non so come vedere questo punto di vista: quando mi arriva la bolletta della luce non mi sembra di poter pagare con un foglio su cui ho stampato dei baci col rossetto.

La precarietà oggi è tutto, ma la cosa peggiore è che a volte conviene addirittura.

Pensate agli stipendi da fame con cui vogliono imbrigliarvi e ponderate, davvero, su quanto sia difficile alzarsi la mattina dal letto. Vale davvero la pena? Cos'è la vita di un precario? Un soffio da alimentare tra uno sfruttamento e l'altro, creando delle condizioni per cui non c'è speranza di aver di meglio e quindi ci si piega al primo lavoro stabile, anche se non convince pienamente.


Ph. Internet

mercoledì 7 gennaio 2015

Il respiro come soluzione

di Bruna Larosa


La vita quotidiana ci sottopone a uno stress ineguagliabile, spesso dimentichiamo anche noi stessi mentre cerchiamo di essere perfetti in tanti ambiti della nostra vita.

Perfetti nello studio, perfetti al lavoro, partner perfetti e genitori o figli perfetti. Un'ansia da prestazione continua che non fa che logorare il nostro vero io.

Un semplice, quanto inevitabile, esercizio per alleviare la tensione è respirare. Non sembrerà nulla di innovativo, ma respirare in modo corretto può aiutare tantissimo a dare alle nostre giornate il giusto ritmo.

Siete tesi, nervosi, avete trascorso una nottataccia, il capo vi ha preso di mira, il partner insiste perché voi facciate qualcosa che evitereste volentieri? Stop, non scoppiate, inspirate... trattenete il fiato e... espirate.

Se proprio non volete crederci provateci e vedrete che le cose assumeranno un altro colore. L'ansia, infatti, rende il fiato corto: i respiri, sempre più frettolosi, finiscono per non ossigenare al meglio il cervello e gli altri organi riproponendo sempre più la sensazione di "annegamento" nei problemi.

Potete fare esercizi di respirazione in ogni momento, potreste iniziare mentre camminate (o correte) verso il lavoro o a fare spesa: inspirate col naso... trattenere il fiato qualche secondo... espirate completamente. Regolarizzare il respiro vi darà una buona abitudine e al tempo stesso la giusta resistenza per i vostri movimenti.

Il fiato corto è nemico anche della digestione, cosa che in molti sottovalutano. Fare dei respiri profondi aiuta anche a rilassare i muscoli che avvolgono lo stomaco e a rendere più semplice e meno laborioso il suo funzionamento.




In merito puoi anche leggere ASMR, nuova tecnica di rilassamento

Ph. Internet


lunedì 21 ottobre 2013

Emozioni in valigia

di Bruna Larosa

Editoriale apparso sul numero 38 di Klichè


I sogni sono come le possenti colonne d’Ercole, mitico confine del mondo conosciuto, stuzzicanti per la fantasia, rischio per la razionalità e, al tempo stesso, unica condizione per cui si avverta l’inevitabile bisogno di mettersi in cammino.

Il ronzio insistente dei trolley è un suono familiare che si trasforma in un’eco; un’aura che avvolge chi vi avanza dentro avvertendo dell’inizio di un percorso e rinnovando la promessa per il viaggiatore e l’onere per chi dovesse percepirlo, delle antiche sacre regole dell’ospitalità.

Non solo sogni nei bagagli di oggi: la valigia è diventata un luogo dell’anima; lo sa chi per un qualsiasi motivo ha affrontato un trasferimento e ha dovuto ripiegare la sua vita e le sue abitudini in una piccola scatola, caricando tutte le speranze di felicità in un biglietto di sola andata. È una nuova emigrazione che porta le persone ad andar lontano e non per un periodo di vacanza, ma per cercar fortuna altrove. Corsi e ricorsi storici, come direbbe Vico, in un’epoca che sembra non aver nulla di più da chiedere, ma al tempo stesso non offre alternative. Una mancanza di possibilità che costringe ad accettare il rischio di andar via, con la speranza che le emozioni raccolte in valigia vengano ancora fuori per essere positiva linfa di una nuova quotidianità.

In attesa che ognuno trovi la propria Itaca, che sia una dimensione dello spirito o un nuovo porto dove attraccare, abbiamo scritto di sogni, viaggi e viaggiatori, temi declinati con ironia o delicata attenzione per accompagnare voi tutti alla scoperta di nuovi spazi di cielo.

domenica 2 gennaio 2011

C'è chi resta e chi va via

di Bruna Larosa


Laurea in tasca e valigia in mano, questa la fotografia che scatta l’agenzia Svimez riguardo i giovani del Meridione: sono moltissimi e per lo più laureati, quelli che si spostano dalla loro terra per cercare fortuna altrove. Il lavoro al Sud è una sorta di Sacro Graal, e paradossalmente la ricerca risulta molto più problematica per i ‘dottori’. Molti partono armati di buona volontà, altri restano, ma qual è il futuro che si prospetta per chi ha la tenacia di partire e per chi ha la forza di rimanere?


I laureati che partono, informa sempre lo Svimez, approdano nelle regioni del Centro Nord e sono generalmente giovani uomini. Vanno per lo più incontro ad uno stipendio migliore, ma, al tempo stesso, a contratti meno stabili nel breve periodo rispetto al Sud. Nel lungo periodo lo stipendio aumenta ulteriormente e anche la posizione lavorativa migliora, stabilizzandosi. Viceversa chi resta è prevalentemente donna, rimarrà più tempo disoccupato, avrà un contratto più sicuro, ma uno stipendio di gran lunga più basso anche nel lungo periodo.


Dalla statistica alla realtà: abbiamo parlato con due figlie di Calabria, giovani, laureate e donne. Valentina e Francesca hanno la stessa età, lo stesso livello di istruzione, dopo la laurea entrambe hanno cercato fortuna nella loro regione, poi, una ha scelto di partire, l’altra di rimanere. Mentre la prima ci racconta di aver provato ad inserirsi nel mondo del lavoro in Calabria, ma di non aver trovato soddisfazione così da andar via, la seconda parla di un’esperienza di lotta che continua ancora oggi. Bisogna essere più che migliori, bisogna vivere ai limiti dell’insistenza per farsi notare. Entrambe si sono scontrate con una realtà oltre che difficile, ostile: spesso non sono i migliori ad andare avanti, ma chi ha dalla sua le conoscenze giuste.


Valentina dopo dei contratti a progetto ha cominciato a inviare i CV fuori dai confini regionali, ha preparato la valigia ed oggi lavora con un contratto stabile nei pressi di Imola. ‘La Calabria è nel mio cuore, afferma, ma la realizzazione personale non può essere sottovalutata dopo aver tanto studiato!’. Francesca, invece, è ancora in bilico: un progetto di qua, un contratto di là, molta amarezza. ‘Vorrei fare tanto, ma non ho la possibilità di far nulla, mi impongo per quello che posso. Nonostante il tempo che passa non ho paura di fare la gavetta, solo non sono disposta a fare la fila ai call-center per potermi mantenere, quando in realtà tra un progetto e un’idea lavoro davvero e duramente per far fruttare la mia laurea!’.


Due ragazze in gamba ma la loro storia fa sollevare un legittimo dubbio: che le Università del Meridione servano semplicemente ad accrescere il prestigio proprio e delle città in cui sorgono e poi costringano, nei fatti, i laureati a fare le valigie e andare lontano? Sul territorio calabrese esistono ben tre Università nonostante questa regione non riesca ad assorbire il numero di laureati che ‘produce’! Ciò provoca una netta perdita economica per questa terra, che prima forma i suoi figli, investe nella loro formazione, ma non offrendo possibilità lavorative li cede a costo zero ad altre zone del Paese. In termini economici si tratta di un continuo investimento a perdere! Avviene anche un danno di tipo diverso: la creatività, la volontà di fare, la voglia di emergere e migliorare tipica dei giovani sono le preziose caratteristiche che potrebbero fare grandi il Sud e la Calabria. Il condizionale è d’obbligo: ‘potrebbero’ fare grande la Calabria, infatti, queste ricchezze incommensurabili si è costretti a impiegarle altrove per riuscire a realizzarsi nel lavoro e creare un progetto di vita che superi la durata di un contratto co.co.pro. .

Pubblicato su MezzoEuro n. 28

sabato 23 ottobre 2010

Laurearsi e arrangiarsi


di Bruna Larosa


Il ‘posto fisso’ inteso come modello di impiego tanto vicino e caro ai nostri stessi genitori è arrivato ai suoi ultimi anni. La situazione in Italia è, infatti, molto cambiata tanto che il contratto a tempo indeterminato si è trasformato in un mito e un miraggio. Sono numerose le teorie che si avvicendano sulla compianta scomparsa del posto fisso, di base c’è la crisi economica, ma a questa si accostano le voci di chi addita il lassismo di alcuni impiegati che non avendo onorato il loro lavoro hanno fatto preferire in termini di risultati la flessibilità e la mobilità. Il modello economico cui siamo abituati è ormai scomparso ed è assolutamente impensabile un ritorno allo stesso: troppi cambiamenti sono intercorsi, cambiamenti che riguardano soprattutto la mentalità imprenditoriale. Tale modifica avrebbe dovuto investire anche il mondo della formazione, ma di fatto non è stato così. Principalmente al Sud ci sono schiere di laureati che non trovano lavoro e per mantenersi si adattano a mettere da parte il proprio titolo e a darsi da fare per ciò che c’è. I principi dell’economia distinguono giustamente diversi tipi di disoccupazione, generalmente siamo abituati a sentir parlare di disoccupati ‘volontari’ e di quelli ‘involontari’; i primi sono coloro che decidono di non impiegarsi in un ambito lavorativo perché non lo riconoscono come proprio e ‘aspettano’ di meglio, gli altri sono coloro che vorrebbero lavorare ma non trovano. Nonostante la fisiologica ciclicità ‘crisi/ripresa’ ci troviamo oggi nel bel mezzo di uno stato latente di disoccupazione involontaria in Calabria come nel resto d’Italia. Appena una decina di anni fa avere un titolo di studio quale la laurea poteva significare fare la differenza rispetto ad altri aspiranti ad un posto o ad un concorso, oggi è invece palese che la massificazione dell’istruzione superiore non cammini di pari passo con le possibilità di assorbimento del mercato. I pochi concorsi indetti dalle amministrazioni sono assediati da numerosissimi aspiranti e ogni altra opportunità è costellata di incertezze. Così, laureati e beffati, dopo tanti studi i ragazzi sono costretti a fare i conti con il lavoro che non c’è, e che quando c’è non risponde alle aspettative che avevano costruito. L’opinione pubblica, complice la riforma universitaria Moratti, ha svalutato il titolo di studio a favore talvolta della praticità; accade che i laureati si vedano scavallare da persone magari con titolo di studio inferiore ma con esperienza, oppure da chi ‘vanta’ una laurea quadriennale. Abbiamo parlato di questo con Donatella Molino, giovane dottoressa che da quando ha conseguito il titolo non ha fatto altro che guardarsi intorno e cercare delle opportunità di lavoro.

Da quanto tempo si è laureata e in quale disciplina?
Mi sono laureata da tre mesi, il corso di studi prima triennale e poi specialistico mi ha portato a conoscere diversi meccanismi dell’economia e dello sviluppo. In particolare mi sono preparata ad affrontare problematiche nel campo della cooperazione e dello sviluppo dal punto di vista diplomatico.

Dal punto di vista professionale a cosa si è dedicata in questo periodo di tempo?
Ho mandato CV e domandine nella mia provincia, Cosenza e anche fuori regione, ma la situazione è drammatica in tutta Italia! Lo deduco dal fatto che su tantissime proposte che ho avanzato neppure un’azienda o un ente mi ha dato risposta! Mi sono informata e ho visto che è all’Estero che avrei maggiori possibilità di far valere i miei studi e il mio titolo, ma sarà sicuramente necessaria un’ottima preparazione in lingua straniera. Intanto, in attesa di una migliore sistemazione occupazionale sto lavorando in uno dei tanti call-center presenti a Rende.

Lei è dottoressa, i suoi colleghi di call-center che titolo di studio hanno?
I miei colleghi sono quasi tutti laureati, siamo lì nell'attesa di un lavoro inerente a ciò che abbiamo studiato e, intanto, ci sosteniamo economicamente con un impiego che poco e niente ha a che vedere con gli studi fatti.

Quando si intraprendono degli studi in un certo senso si insegue un sogno, lei e i suoi colleghi che considerazioni fate a proposito della diffusa situazione economico lavorativa?
Tra noi nei momenti di pausa riflettiamo spesso su come sia dura da digerire l’aver fatto tanti sacrifici per conseguire il titolo e poi ritrovarsi a fare un lavoro che speriamo ci servirà solo da tampone e per poco tempo. Mi rendo conto di quanto sia ‘triste’ dover parlare così, quando molte persone fanno la fila anche solo per un posto come il nostro, ma non si tratta assolutamente di ingratitudine, bensì voglia di realizzarsi per ciò che si desidera. Personalmente per come è il mondo del lavoro so che devo ritenermi fortunata ad avere almeno questo impiego, eppure è costante l’idea di poter avere qualcosa di più inerente alla preparazione che ho e agli studi che ho fatto!



Pubblicato sul n. 42 di MezzoEuro in edicola dal 23 ottobre 2010