Articolo pubblicato sulla Gazzetta del Sud del 28/06/2016
La matematica è dinamica, flessibile, capace di cambiare in base alle nuove conoscenze e alle nuove teorie che vengono elaborate e dimostrate senza contraddizioni. Proprio algoritmi, numeri e l’affascinante possibilità di misurare l’infinito hanno popolato le giornate dei partecipanti alla Conferenza internazionale e Summer school, NUMTA 2016, organizzata dal dipartimento di ingegneria informatica, modellistica, elettronica e sistemistica dell’Unical, in collaborazione con la Society for Industrial and Applied Mathematics degli Stati Uniti. La prima mattinata di lavori si è svolta in maniera plenaria dando modo ai partecipanti di conoscersi e confrontarsi sul tema del calcolo, sia da un punto di vista tradizionale che come nuova frontiera dell’innovazione, mentre gli appuntamenti delle giornate a seguire sono stati divisi per argomenti specifici e briefing. Uno degli appuntamenti più attesi è stato quello con le osservazioni di Gabriele Lolli, logico e filosofo della matematica, che ha messo sotto la sua lente una nuova metodologia che consente di trattare quantità infinite ed infinitesime. Tale teoria è uno dei risultati dell’Unical, poiché è stata teorizzata proprio all’università di Arcavacata dal professore Yaroslav Sergeyev, anche responsabile scientifico dell’intera iniziativa NUMTA 2016. In particolare Sergeyev non nega l'esistenza di oggetti infiniti o infinitesimi, ma ammette che sia gli uomini, che le macchine sono in grado di eseguire soltanto un numero finito di operazioni. Puntando a migliorare gli strumenti matematici, Sergeyev propone un'unità di misura dell'infinito, che consente di applicare il calcolo algebrico (anche) a quantità infinite e infinitesime. Insomma: non solo la fisica evolve e non è solo in questo campo che si studiano e realizzano nuovi strumenti di osservazione: ciò è possibile e si verifica anche per la Matematica. Lolli ha avuto così modo di osservare una teoria secondo la quale l’infinito sarebbe in realtà quantificabile, ribaltando di fatto quanto finora ritenuto imprescindibile. Il concetto tradizionale di infinito risale al periodo compreso fra il 1600 e il 1800 e, stando agli ultimi studi di Lolli e Sergeyev, andrebbe rivisitato. Proprio durante le giornate di discussione e dimostrazioni di Pizzo Calabro è emersa ancor più pressante la volontà di proporre un aggiornamento per il programma di insegnamento delle quinte classi delle superiori e introdurre l’innovativo concetto di infinito. Il NUMTA2016 si è rivelato un appuntamento molto seguito e atteso sullo scenario internazionale dei dibattiti matematici, la sua prima edizione è stata fatta nel 2013, incorporando anche negli stessi giorni una scuola estiva per giovani studiosi. In queste giornate di convegni e lavori si sono avvicendati 150 ricercatori provenienti da 22 Paesi diversi che, seguendo una fitta tabella di marcia, hanno avuto modo di conoscere e sperimentare i temi della matematica, ma anche di saggiare l’accoglienza e le bontà enogastronomiche del posto. Come di consueto anche in questa edizione al NUMTA è stata affiancata una Summer School che ha messo alla prova giovani matematici e li ha coinvolti direttamente nell’ambito delle lezioni internazionali. Partner dell’iniziativa anche i nomi di altre importanti realtà italiane del settore, il Gruppo Nazionale per il Calcolo Scientifico dell’INdAM, L’Istituto di Calcolo e Reti ad Alte Prestazioni, C.N.R. e l’Associazione Internazionale “Amici dell’Università della Calabria”.
Articoli di attualità e di cultura e, poi, un progetto personale: "Sogni in un Pugno", per parlare di quelli che ce l'hanno fatta. Non a diventare famosi o a prendere l'Oscar: semplicemente a trovare una strada mentre tutto sembra tenebre e tempesta.
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mercoledì 29 giugno 2016
Contare l'infinito, NUMTA 2016
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venerdì 13 maggio 2016
Festa dei Popoli, successo per l'integrazione
Articolo pubblicato sulla Gazzetta del Sud del 12 maggio 2016
Entra nel vivo con una “marcia silenziosa” la settimana
dedicata alla Festa dei Popoli che si sta tenendo nel campus di Arcavacata. Le
nazionalità che coabitano tra gli alloggi universitari sono circa sessanta e a
loro sono dedicati questi giorni di confronto e dialogo. La “marcia silenziosa”
che si è tenuta ieri ha avuto lo scopo di sensibilizzare alle guerre che ci
sono nel mondo e che coinvolgono da vicino i Paesi di alcuni studenti Unical.
Proprio a due di loro, uno dell’Egitto e l’altro del Kurdistan Iracheno, verrà
data la parola nel convegno che si terrà presso l’anfiteatro all’aperto delle
residenze Maisonettes dal tema “Accoglienza e solidarietà” che si terrà nella
giornata di oggi e vedrà intervenire oltre alle autorità accademiche
anche Giovanni Manoccio del dipartimento immigrazione della Regione; il
vicequestore Mario Lazzaro; la professoressa Donatella Loprieno, esperta di
diritto dell’immigrazione, e l’avvocato Silvana Guglielmo anche lei specialista
in diritto dell’immigrazione. Sempre nel corso della giornata avverrà
l’apertura degli stand caratteristici dei vari Paesi sotto l’aula Caldora. In
quest’occasione è prevista l’animazione tramite interventi spontanei e con
l’impegno dell’associazione Con i miei occhi. «La festa dei popoli qui all’Unical
ha una tradizione che proviene dagli anni ‘80 – ricorda Marcello Fiore,
responsabile attività culturali, sportive e di integrazione dell’università –
quando veniva organizzata da Gigi Comiso che ebbe questa idea, nonostante
ancora non ci fosse un gran numero di studenti internazionali. Abbiamo portato
avanti quell’idea vincente e oggi possiamo offrire ai nostri studenti e al
territorio un momento di crescita importante». Venerdì sarà la volta dei giochi
senza frontiere, organizzati al Cus ai quali si prenderà parte divisi in cinque
squadre rappresentanti i cinque continenti. Sabato sera ci sarà la “cena
sociale”, caratterizzata dal fatto che i menù saranno proposti dagli studenti
internazionali che avranno il compito di condividere ricette tipiche del loro
Paese d’origine.
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lunedì 11 aprile 2016
Concorso ad ostacoli all'Unical
Articolo pubblicato sulla Gazzetta del Sud del 9/04/2016
Problemi tecnici, server che
non rispondono ai comandi e i turni del concorso pubblico dei quasi 1000
aspiranti a uno dei sette posti per personale tecnico amministrativo bandito
dall'Unical finiscono in un gran caos, con attese di quasi quattro ore e gran
nervosismo tra i partecipanti. Questo concorso aveva già fatto parlare di sé
per l'alto numero di candidati e per presunti favoritismi, ma adesso la vicenda
assume i contorni del grottesco. Un primo calendario delle prove era stato aggiornato
proprio per prevenire problemi tecnici, ritardi e mancanze, ma i controlli e i
quindici giorni di differenza rispetto alla prima data stabilita non sono
serviti. Per sopperire alla mole di richieste di partecipazione erano state
individuate e giudicate idonee diverse aule informatiche, al cubo 40 di
ingegneria, al 29b di scienze politiche e al 3c e d di economia, aule e
strumentazioni che avrebbero dovuto rispondere alle esigenze degli aspiranti.
Tutti i partecipanti erano stati preventivamente divisi in 5 turni da svolgersi
nel corso della giornata a partire dalle ore dieci. Il test si è reso
necessario proprio per l'alto numero delle richieste di partecipazione al fine
di scremare i candidati e farli arrivare a un numero di cento per affrontare la
prova scritta. La situazione di tensione maggiore si è vissuta all'interno dei
laboratori informatici, già occupati dagli aspiranti del primo turno, che sono
rimasti lì in attesa per ore. Nervosismo anche fuori dove, tra le varie persone
in attesa in molti hanno abbandonato l'idea di poter partecipare visto il
dilazionarsi delle ore di attesa e, alla fine, sono state talmente tante le
persone che hanno rinunciano e tante le ore di ritardo che per recuperare un
po’ di tempo alcuni turni sono stati unificati.
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venerdì 12 febbraio 2016
Emigrazione, formarsi e andar via
Articolo pubblicato sulla Gazzetta del Sud 11/02/2016
Scarsa meritocrazia, sfiducia nei metodi di valutazione, poche e mal gestite risorse, servizi inesistenti: questi sono solo alcuni dei motivi che spingono i giovani talenti ad andar via. Ogni persona è unica al mondo poiché ha un modo unico di vivere esperienze, acquisire competenze, mettere in luce capacità e passioni. L’insieme di tutto ciò è definito “capitale umano” e, in parole semplici, rappresenta l’energia e la possibilità di compiere azioni positive nella società in cui si vive. Cosenza, come il resto del sud si spopola: «se ripenso alla mia classe delle superiori – racconta Emanuela Capobianco, laureata in scienze letterarie – e mi guardo intorno oggi mi sento una sopravvissuta. Avevamo deciso in tanti di iscriverci all’Unical, ci sembrava di non aver niente da invidiare a nessuno: noi di Cosenza andavamo all’università nella nostra città. Ma non era così. Già tra triennale e specialistica molti hanno deciso di andar via. Capisco i miei compagni: non tutti sono votati al sacrificio, non tutti dopo tanti studi e tante rinunce possono votarsi al volontariato perenne, all’impossibilità di aspirare a qualcosa di più. Adesso siamo rimasti solo in 3 o 4 a vivere qui, da 24 che eravamo in classe, e noi sopravvissuti ci domandiamo se ciò che meritiamo non sia davvero altrove». La fuga dei cervelli è una realtà che impoverisce il territorio, eppure sembra l’unica possibilità di dare una svolta alla propria vita e dare un senso agli anni di studio: «reputo assolutamente fisiologico il bisogno di emigrare per poter esprimere le proprie capacità, in una società che maggiormente valuta secondo metodo meritocratico – a parlare così Alessio Paciello, laureato in chimica – ogni giorno tutto il sistema appare fortemente compromesso, dai concorsi alla ricerca, che dovrebbe essere il fiore all’occhiello di una qualsiasi nazione che si reputi civile». Ci sono anche altre esperienze che, nel pessimismo generale, sembrano dare una ventata di speranza: «ho frequentato lo scientifico di Cosenza, eravamo una classe di 26 persone e solo una ragazza ha deciso di iscriversi all’università fuori – racconta Luca Meringolo – non so a distanza di tempo se rifarebbero la stessa scelta o se hanno maturato l’idea di andare via. Io ritengo che la fuga dei cervelli sia il risultato di un Paese vecchio e incapace di aprirsi ai giovani. In noi giovani si crede poco e non solo a livello locale: non veniamo ritenuti idonei al lavoro neanche dopo la laurea!». C’è anche chi si sofferma a pensare alle possibili soluzioni: «la fuga dei cervelli è il segnale chiaro ed inequivocabile che il territorio non sia stato in grado di mettere in cantiere proposte concrete per trattenere le migliori energie per la crescita e lo sviluppo! – dice Eugenio Greco, impiegato - assistiamo passivamente a uno svuotamento culturale delle nostre zone e per invertire il trend uno degli strumenti potrebbe essere sfruttare al massimo l'agenda Europea dei Fondi Comunitari 2014/2020. Si dovrebbero presentare progetti concreti a proposito di ambiente, trasporti, infrastrutture per migliorare le cose». C'è chi, come Battista Liserre, porta, poi, la sua esperienza dopo aver lasciato la Calabria ed essersi trasformato in un cervello in fuga: «Ho lasciato Cosenza nel 2012 per fare un dottorato di ricerca . All'Unical vi erano pochissimi posti. Le mie speranze erano minime. Quindi ho tentato la mia "chance" all'estero . Ora sto finendo la mia tesi in letteratura italiana dal titolo: “Politica e letteratura a Firenze nel XIV secolo: gli Orti Oricellari” diretta da Theà Picquet all’Università d’Aix-Marseille e da Donatella Coppini all’Università degli Studi. Sono membro del laboratorio CAER. Oltre al dottorato, insegno italiano come contrattista all’Università d’AIX-Marseille. Cosa impossibile in Italia per un giovane di 32 anni. Il mio Paese ha investito in me per farmi studiare, formarmi. Ma poi mi ha scaricato. Nella nostra penisola manca un collegamento tra il mondo universitario e quello del lavoro. C’è uno spreco enorme del capitale umano. Il 30% dei giovani si forma in Italia, ma poi va all’estero per lavorare. Ho l’impressione che l’Italia stia diventando un Paese per vecchi. Manca una riforma delle pensione per dare spazio a noi giovani. Vivendo all’estero mi rendo conto che siamo un Paese vecchio, dove non c’è posto per le giovani generazioni. Le migliori menti italiane si trovano quasi tutte all’estero. Per esempio, il giovane filosofo siciliano Oreste Salamone è il primo al mondo che sta studiando il Papiro di Derveni. Ma per fare questo si è trasferito in Francia, poiché nelle università italiane non c’erano posti liberi».
Scarsa meritocrazia, sfiducia nei metodi di valutazione, poche e mal gestite risorse, servizi inesistenti: questi sono solo alcuni dei motivi che spingono i giovani talenti ad andar via. Ogni persona è unica al mondo poiché ha un modo unico di vivere esperienze, acquisire competenze, mettere in luce capacità e passioni. L’insieme di tutto ciò è definito “capitale umano” e, in parole semplici, rappresenta l’energia e la possibilità di compiere azioni positive nella società in cui si vive. Cosenza, come il resto del sud si spopola: «se ripenso alla mia classe delle superiori – racconta Emanuela Capobianco, laureata in scienze letterarie – e mi guardo intorno oggi mi sento una sopravvissuta. Avevamo deciso in tanti di iscriverci all’Unical, ci sembrava di non aver niente da invidiare a nessuno: noi di Cosenza andavamo all’università nella nostra città. Ma non era così. Già tra triennale e specialistica molti hanno deciso di andar via. Capisco i miei compagni: non tutti sono votati al sacrificio, non tutti dopo tanti studi e tante rinunce possono votarsi al volontariato perenne, all’impossibilità di aspirare a qualcosa di più. Adesso siamo rimasti solo in 3 o 4 a vivere qui, da 24 che eravamo in classe, e noi sopravvissuti ci domandiamo se ciò che meritiamo non sia davvero altrove». La fuga dei cervelli è una realtà che impoverisce il territorio, eppure sembra l’unica possibilità di dare una svolta alla propria vita e dare un senso agli anni di studio: «reputo assolutamente fisiologico il bisogno di emigrare per poter esprimere le proprie capacità, in una società che maggiormente valuta secondo metodo meritocratico – a parlare così Alessio Paciello, laureato in chimica – ogni giorno tutto il sistema appare fortemente compromesso, dai concorsi alla ricerca, che dovrebbe essere il fiore all’occhiello di una qualsiasi nazione che si reputi civile». Ci sono anche altre esperienze che, nel pessimismo generale, sembrano dare una ventata di speranza: «ho frequentato lo scientifico di Cosenza, eravamo una classe di 26 persone e solo una ragazza ha deciso di iscriversi all’università fuori – racconta Luca Meringolo – non so a distanza di tempo se rifarebbero la stessa scelta o se hanno maturato l’idea di andare via. Io ritengo che la fuga dei cervelli sia il risultato di un Paese vecchio e incapace di aprirsi ai giovani. In noi giovani si crede poco e non solo a livello locale: non veniamo ritenuti idonei al lavoro neanche dopo la laurea!». C’è anche chi si sofferma a pensare alle possibili soluzioni: «la fuga dei cervelli è il segnale chiaro ed inequivocabile che il territorio non sia stato in grado di mettere in cantiere proposte concrete per trattenere le migliori energie per la crescita e lo sviluppo! – dice Eugenio Greco, impiegato - assistiamo passivamente a uno svuotamento culturale delle nostre zone e per invertire il trend uno degli strumenti potrebbe essere sfruttare al massimo l'agenda Europea dei Fondi Comunitari 2014/2020. Si dovrebbero presentare progetti concreti a proposito di ambiente, trasporti, infrastrutture per migliorare le cose». C'è chi, come Battista Liserre, porta, poi, la sua esperienza dopo aver lasciato la Calabria ed essersi trasformato in un cervello in fuga: «Ho lasciato Cosenza nel 2012 per fare un dottorato di ricerca . All'Unical vi erano pochissimi posti. Le mie speranze erano minime. Quindi ho tentato la mia "chance" all'estero . Ora sto finendo la mia tesi in letteratura italiana dal titolo: “Politica e letteratura a Firenze nel XIV secolo: gli Orti Oricellari” diretta da Theà Picquet all’Università d’Aix-Marseille e da Donatella Coppini all’Università degli Studi. Sono membro del laboratorio CAER. Oltre al dottorato, insegno italiano come contrattista all’Università d’AIX-Marseille. Cosa impossibile in Italia per un giovane di 32 anni. Il mio Paese ha investito in me per farmi studiare, formarmi. Ma poi mi ha scaricato. Nella nostra penisola manca un collegamento tra il mondo universitario e quello del lavoro. C’è uno spreco enorme del capitale umano. Il 30% dei giovani si forma in Italia, ma poi va all’estero per lavorare. Ho l’impressione che l’Italia stia diventando un Paese per vecchi. Manca una riforma delle pensione per dare spazio a noi giovani. Vivendo all’estero mi rendo conto che siamo un Paese vecchio, dove non c’è posto per le giovani generazioni. Le migliori menti italiane si trovano quasi tutte all’estero. Per esempio, il giovane filosofo siciliano Oreste Salamone è il primo al mondo che sta studiando il Papiro di Derveni. Ma per fare questo si è trasferito in Francia, poiché nelle università italiane non c’erano posti liberi».
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domenica 7 febbraio 2016
Minori e cultura dell'elemosina
Articolo pubblicato sulla Gazzetta del Sud del 6/02/2016
Bruna Larosa
Bruna Larosa
Ogni giorno ai semafori in città si incrociano persone che chiedono l’elemosina, molte di loro si fanno accompagnare da bambini, a volte anche piccolissimi, che vengono esposti allo smog e alla pietà delle persone forse con lo scopo di raccogliere offerte più generose. La situazione in città è molto diffusa e tutti ne sono a conoscenza e ipotizzano soluzioni e impegni che, a loro avviso, potrebbero migliorare le cose. «Quando vedo queste scene mi sento dispiaciuto – afferma in proposito Luigi Caruso, negoziante - perché questi bambini sono sfruttati. D’altra parte loro nascono in quel contesto e acquisiscono la cultura della strada, proprio per questo non so cosa si potrebbe fare: è una mentalità, una consuetudine. Si potrebbe magari mettere un divieto, affinché gli adulti non possano portarli con sé, ma non credo funzionerebbe, purtroppo». Anche altri sono dello stesso avviso: «Credo che i genitori sbaglino enormemente a esporre così i loro figli – commenta Massimo Bosco, imprenditore - ma sono poco fiducioso del fatto che si possa far qualcosa per arginare questo fenomeno qui da noi». Vi è anche la possibilità che chiedere l’elemosina con dei bambini non sia una scelta, ma una contingenza: «sarebbe una cosa ottima non portare i bambini, soprattutto i neonati, ai semafori – osserva Francesca Muoio, casalinga - ma bisogna trovare dove lasciarli! Si potrebbe provvedere a istituire una sorta di asilo dove tenere questi piccoli in sicurezza o aiutare i genitori a trovare un lavoro». Un tema caldo che coinvolge praticamente tutti, tanto che in molti hanno ammesso di aver pensato più volte alle difficoltà e alla durezza della vita per questi minori: «ho sempre pensato a quei bambini e bambine lì fermi ai semafori e mi sono sempre chiesta il perché nessuno li tuteli – commenta Giuseppina Biondi, ingegnere – non si dovrebbe permettere che queste povere anime stiano lì, in situazioni comunque di pericolo. Tutti passano davanti ai loro occhi, tutti sanno che ci sono, ma vengono dimenticati dopo che si è alzato il finestrino della macchina. Non dovrebbero essere usati per intenerire e far elargire denaro. Una vergogna! Non so quali siano gli iter da seguire per migliorare le cose e non conosco le leggi a riguardo ma trovo comunque vergognoso che questa situazione continui da tempo». È abbastanza chiaro che in determinati contesti sociali chiedere l’elemosina sia un lavoro che coinvolga tutti i membri della famiglia, sebbene nella nostra cultura e secondo il nostro ordinamento le cose non siano propriamente così: «l'accattonaggio con minori è, a mio avviso, una tra le più vergognose forme di violenza perpetrate ai danni dei bambini e andrebbe, pertanto, contrastata anche legalmente – commenta Nunzia Procida, laureata in Linguaggi dello spettacolo, del cinema e del video - se è vero che i genitori nomadi approfittano della presenza dei figli per impietosirci non possiamo non ammettere la nostra connivenza dando (o meno) loro una moneta per evitarne lo sguardo. Ma l'elemosina, per i Rom, è anche una questione culturale: questa per loro è una forma di lavoro; un lavoro che possono svolgere tutti, minori inclusi. Messa così, potremmo chiederci: è giusto che un minore lavori? È giusto che un minore non possa decidere del proprio futuro? No. Credo sia necessario vengano elaborate delle proposte politiche per evitare la ghettizzazione di nuove generazioni di nomadi tali da garantire la loro integrazione attraverso il supporto dei servizi sociali presenti sul territorio».
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venerdì 30 ottobre 2015
Chiamata alle... Arti!
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mercoledì 4 febbraio 2015
lunedì 5 gennaio 2015
Vendita on-line, risparmio e guadagno
di Bruna Larosa
Regali indesiderati, scontrini cortesia persi e tanta roba che non si userà mai... Benvenuto gennaio!
Dopo le vacanze di Natale spesso ci si ritrova sommersi di cose più o meno graziose e più o meno inutili, magari perché doppioni. Cosa fare di tutto questo materiale? Internet offre delle opportunità interessanti: voi recupererete lo spazio nel vostro armadio o nella vostra casa e magari il vostro portafogli non sarà tanto vuoto.
Creare nuove opportunità di soddisfazioni può avere per nome una perifrasi e potrebbe proprio essere: vendere on-line. Molti siti internet offrono la possibilità per privati e aziende di mettere dei prodotti usati e non in vendita costruendo delle vere e proprie vetrine fruibili pubblicamente agli utenti e di aiutare nella gestione della compravendita.
Cosa ci guadagnano questi siti? Nella maggior parte dei casi i siti "vetrina" percepiscono delle percentuali sulla vendita dei prodotti ai quali offrono il servizio. In alcuni altri casi proprio la possibilità di avere uno spazio è limitata ai paganti una determinata quota.
ATTENZIONE: non pensate che lanciare un annuncio faccia sì che dopo due minuti il vostro prodotto sia venduto e la rendita sicura e immediata. Non è così: come per tutte le cose, ci vuole una buona conoscenza della piattaforma che intendete usare, fiducia nei suoi metodi, capacità di farsi pubblicità senza essere invadenti (e quindi controproducenti).
I siti vetrina si offrono di colmare il requisito della fiducia in una compravendita che non avviene dal vivo. Il loro ruolo è importante perché, in linea di massima, riescono a garantire la soddisfazione di entrambe le parti.
Regali indesiderati, scontrini cortesia persi e tanta roba che non si userà mai... Benvenuto gennaio!
Dopo le vacanze di Natale spesso ci si ritrova sommersi di cose più o meno graziose e più o meno inutili, magari perché doppioni. Cosa fare di tutto questo materiale? Internet offre delle opportunità interessanti: voi recupererete lo spazio nel vostro armadio o nella vostra casa e magari il vostro portafogli non sarà tanto vuoto.
Creare nuove opportunità di soddisfazioni può avere per nome una perifrasi e potrebbe proprio essere: vendere on-line. Molti siti internet offrono la possibilità per privati e aziende di mettere dei prodotti usati e non in vendita costruendo delle vere e proprie vetrine fruibili pubblicamente agli utenti e di aiutare nella gestione della compravendita.
Cosa ci guadagnano questi siti? Nella maggior parte dei casi i siti "vetrina" percepiscono delle percentuali sulla vendita dei prodotti ai quali offrono il servizio. In alcuni altri casi proprio la possibilità di avere uno spazio è limitata ai paganti una determinata quota.
ATTENZIONE: non pensate che lanciare un annuncio faccia sì che dopo due minuti il vostro prodotto sia venduto e la rendita sicura e immediata. Non è così: come per tutte le cose, ci vuole una buona conoscenza della piattaforma che intendete usare, fiducia nei suoi metodi, capacità di farsi pubblicità senza essere invadenti (e quindi controproducenti).
I siti vetrina si offrono di colmare il requisito della fiducia in una compravendita che non avviene dal vivo. Il loro ruolo è importante perché, in linea di massima, riescono a garantire la soddisfazione di entrambe le parti.
venerdì 2 gennaio 2015
Guadagnare on-line, adsense, affiliazioni, pay to write (Parte Prima)
di Bruna Larosa
Guadagnare on-line non è assolutamente semplice: ci vogliono tanta costanza, lavoro innovativo e creativo e, soprattutto, tanta fortuna per prendere le decisioni giuste al momento giusto.
Nei periodi di crisi è sempre importante trovare nuove strategie per guadagnare qualcosa. Uno dei metodi che fino a qualche anno fa rendeva qualcosa era il "pay to write". In molti casi l'unica cosa di cui si aveva bisogno era passione e tempo, l'una è innata, l'altra ci è stata restituita dalla cassa integrazione.
Il pay to write oggi è molto più difficile da trovare, o meglio, adesso va per la maggiore una sua variante secondo cui chi ha il sito mette lo spazio, l'articolista i contenuti, adsense la pubblicità quindi i guadagni dell'uno e dell'altro e di google stesso. Più semplicemente qualche anno fa a prestazione, cioè articolo pubblicato, veniva dato un corrispettivo economico e, poi, i guadagni da adsense o programmi simili erano del proprietario dello spazio web.
Il sistema adsense è uno dei più conosciuti al mondo, in linea di massima è molto semplice si tratta di creare un blog, inserire dei contenuti originali e inviare una formale richiesta al programma (Google Adsense). Leggete ovviamente tutto ciò che c'è da leggere nella guida all'utilizzo. Nel giro di alcune ore, massimo alcuni giorni, si riceverà una mail nella quale, in base alle valutazioni effettuate, il programma Adsense accetterà o meno di riempire le vostre pagine.
ATTENZIONE: uno dei casi in cui Adsense non accetta è quando i contenuti sono troppo pochi: non siate impazienti e lavorateci un po' su prima di formalizzare la richiesta.
Perché Adsense funzioni al meglio il contenuto del blog deve essere monotematico e riguardare una nicchia di riferimento che può essere fidelizzata grazie proprio alla peculiarità dell'argomento. Ho letto praticamente da per tutto che "puoi guadagnare con la tua passione", ma io, che ci provo a guadagnare, devo dire che sono scettica: informati per l'argomento da trattare: non pensare che essere appassionato di melma e alghe possa davvero aprirti un mondo illimitato di possibilità danarose.
Ci si informa sui google trends, ovvero sugli argomenti più digitati sul motore di ricerca dagli utenti e da lì si sceglie. Anche qui, siate intelligenti, scegliete un argomento di cui avete almeno una minima idea, su cui sapete come documentarvi, per cui avete dei riferimenti: gli utenti hanno molta scelta e non si fermeranno a leggere informazioni dozzinali o approssimative.
Fidelizzare è un'altra parola grossa: il web è enorme, smisurato, prima che un sito o un blog inizi a girare davvero e a farsi davvero un nome ce ne vuole di tempo e di fatica... Non dico che potreste rimpiangere il posto fisso, ma sicuramente lavorerete di più.
Ph. Internet
Continua a Una rendita on line
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