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giovedì 7 aprile 2011

Perle di Jakarta




di Bruna Larosa










Alessandra Ficarra è tornata da qualche settimana dall’Indonesia, lei, giovane del cosentino, solo qualche mese fa, insieme ad altri sei volontari, è risultata vincitrice della prima esperienza di stage sul campo rivolta ai ragazzi dall’Unicef. Durante la sua permanenza a Jakarta ha avuto modo di conoscere la città e il suo hinterland osservandovi la vita, la natura e le inevitabili contraddizioni.






Alessandra, come mai ha scelto di fare questo stage?




Il volontariato e i viaggi fanno parte della mia vita già da parecchi anni: ho vissuto 14 anni di scoutismo, il che significa anche fare servizio verso il prossimo. In tale contesto ho vissuto i campi di lavoro, servizio, animazione e gemellaggio in Italia, Bosnia e Niger. Nel 2008 sono stata in Tanzania, per un altro campo di lavoro con lo SCI (Servizio Civile Internazionale). Col passare del tempo ho capito che mi piaceva viaggiare e, soprattutto, incontrare gente “diversa” da me, gente che riusciva sempre ad arricchirmi e a farmi sentire meglio. Sono approdata all’Unicef di Bari per fare il tirocinio universitario, studio mediazione interculturale e sono rimasta presso il Comitato come volontaria, quando è uscito questo bando ho deciso di partecipare.






Com’è stata quest’ultima esperienza?




Certamente un’esperienza nuova, nuovissima, per me. Dal lunedì al venerdì lavoravo nell’ufficio dell’Unicef Jakarta, nel cluster di Educazione, sezione HIV/AIDS. Ho anche partecipato a diversi meeting, eventi sportivi e manifestazioni di cui l’Unicef Indonesia Partner. Ma sono “Field Trips”, cioè le visite ai progetti direttamente sul campo, che non dimenticherò mai. Lì ho incontrato beneficiari ed esecutori dei programmi. Ho visitato scuole superiori, elementari e materne, centri anti-violenza e centri sportivi dediti allo sport inclusivo. È stata davvero una gioia per me vedere e sentire dalla viva voce delle persone, adulti o bambini che fossero, ciò che era cambiato dopo l’avvio dei progetti Unicef, le loro sensazioni e opinioni. Oltre al lavoro, poi, mi sono lasciata rapire dalla bellezza dell’Indonesia: quasi ogni fine settimana cercavo di fuggire dalla caotica Jakarta, affrontando anche viaggi di 13 ore di pullman, pur di stare anche solo 4 ore in un posto nuovo e lontano dal traffico!






Cosa si aspettava prima di partire e cosa ha trovato?




L’ufficio Unicef è enorme, efficiente, forse un po’ troppo formale e certo ben diverso da quello piccolo e accogliente di Bari. Devo, poi, ammettere che non sapevo nulla a proposito dell’Indonesia! Ho cercato di documentarmi, ma solo considerando le sue 17.000 isole si può avere un’idea della diversità del suo territorio! Il verde delle piantagioni, l’azzurro del mare e i colori delle stoffe per me hanno dovuto lasciar spazio a quella che era una metropoli assolutamente fuori da ogni immaginazione! Il mio quotidiano era Jakarta, fatta di traffico, mascherine, grida di collector men attaccati a bus stracolmi, galli tra le strade, bambini seminudi circondati da smog, rotaie abitate, grattacieli enormi circondati da slums basse e caotiche, marciapiedi aperti con fogne a cielo aperto e macchinoni lussuosi tra venditori ambulanti magri e scalzi. Una città che non lo nego, ho odiato nei primi tre mesi, ma di cui mi sono irrimediabilmente innamorata negli ultimi tre!






Cosa le è rimasto maggiormente impresso?




Le persone. Ciò che più mi manca dell’Indonesia sono gli Indonesiani. Mai incontrato gente così tranquilla, serena, disponibile, disinteressata e sorridente. È stata per me, un’esperienza impareggiabile soprattutto sotto “l’aspetto umano”. Ogni giorno significava imparare qualcosa di più, attraverso lezioni che venivano direttamente dalla gente, dal loro aiutarsi vicendevolmente anche nella più ingiusta povertà. Nel loro desiderio di aiutare me, in qualunque cosa, nella loro forza di sorridere anche con l’acqua fino alle ginocchia, nella loro cura e attenzione nel lavare e asciugare quell’unica maglia, quell’unico pantalone che possedevano.






Pensa che questa esperienza l’abbia cambiata?




Non so se sono cambiata. Spero d’essere migliorata un po’ e di aver imparato a “ridimensionare” quelli che prima di partire ritenevo problemi grossi o paure insormontabili. Ho cambiato la prospettiva che avevo del futuro, non perché sia tornata con un’idea chiara su quello che voglio fare, anzi. Piuttosto sono tornata senza paura del futuro, senza preoccupazioni ne’ ansie. Sono preoccupata per il futuro dell’Italia, quello si! Vorrei tanto essere in grado, un giorno, di poter aiutare a migliorare il mio Paese, anche nel mio piccolo, ma, per adesso, se penso a quello che ho visto, ai posti, alla gente, se mi ricordo certi odori e certi rumori, se realizzo quanta vita ci circonda, mi sento incredibilmente piccola, come un granello di sabbia in mezzo al deserto e proprio come un granello di sabbia mi sento libera e forte abbastanza da potermi far trasportare dal vento ed esplorare il mondo che mi circonda, imparare dalle persone, e chissà, un giorno, riuscire anche ad aiutarle.





In parte pubblicato su Mezzoeuro.