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mercoledì 29 dicembre 2010

Strani Intrecci tra cultura e potere

di Bruna Larosa


Tutti si dicono sensibili allo stato della ricerca, alla ‘salute’ dell’università pubblica e nei momenti di maggior subbuglio se ne sono visti di professori farsi avanti e disporsi in prima linea contro il governo e i suoi drastici tagli dalla parte dei giovani e del futuro. Talmente convinti della bontà di ciò che facevano da non lasciare dubbi agli studenti: si è tutti uniti per un futuro migliore! Come moderni Napoleone hanno persuaso molti di avere a cuore gli interessi di chi lotta, tanto che viene da chiedersi: dunque quali sono i baroni?




Eppure chi frequenta i lunghi corridoi dei dipartimenti fasciati di luci e ombre non ha dubbi, il potere accademico e non il valore scientifico regnano sovrani, nonostante tutto. Così, mentre il sistema universitario subisce tagli e modifiche, il nocciolo duro dei suoi problemi sembra rimanere nell’ombra. Quando si parla con ex dottorandi di questa o quella facoltà, ad esempio, emergono aspetti a dir poco inquietanti, sui quali regna l’assoluto e paradossale silenzio. È ormai una consuetudine dire che l’università sia in mano ai baroni, ma quanto ciò pesi realmente sul futuro, sulla formazione e sulla ricerca lo si comprende solo analizzando il fenomeno ‘sommerso’ della sete di potere accademico. In fondo tutti gli ambienti chiusi seppur pubblici presentano dei loro vizi privati, va da sé che nel regno accademico non siano la ricerca e la cultura il fine ultimo, ma il semplice mezzo tramite cui pervenire a un maggior prestigio.




Può capitare, così, che un docente inviti un ragazzo alla fine dei suoi studi, a provare il dottorato, probabilmente lo studente è in gamba, ma capita pure che sia semplicemente capitato al posto giusto nel momento giusto e, quindi, a sua insaputa venga usato come una pedina all’interno dei giochi di potere accademici. Riuscire ad affermarsi come professore agli occhi dei colleghi nella propria università e negli altri istituti accademici passa anche da qui: dalla capacità di imporsi e di far emergere i ‘propri’ studenti, non necessariamente perché più bravi, semplicemente più utili in quel momento e in quel preciso contesto. Il ragazzo, forse ignaro, forse complice, si presta così ad un gioco che nella maggior parte dei casi lo porta a vincere il concorso di dottorato alle prime posizioni, riuscendo a percepire addirittura la borsa di studio prevista per i più meritevoli, mentre chi è realmente interessato a svolgere il triennio di studi dottorali scivola alle posizioni più basse o, addirittura, fuori dalla graduatoria utile per portare avanti la propria ricerca. Nessuno ammette apertamente questo meccanismo perverso, eppure non sono certo voci di corridoio quelle che descrivono questa sfaccettatura del volto torbido delle università.




Riuscire a far entrare un proprio studente corrisponde al riconoscimento del prestigio del docente da parte dei colleghi e si trasforma in un tassello essenziale nell’affermazione del proprio rilievo in ambiente accademico. Essere un dottorando dovrebbe voler dire offrire il proprio lavoro alla ricerca, migliorare e testare la propria tecnica e la propria volontà di proseguire un percorso in un tale contesto. Invece, coloro, che hanno realmente talento per la ricerca solo di rado riescono a mettersi in luce. Far vincere un concorso di dottorato è solo ciò che di più manifesto si riesce a percepire dall’esterno, così come accade per gli iceberg, ciò che sta sotto, e quindi non si vede, è ancora più pericoloso. Sedotti intellettualmente dal professore i neo dottorandi cominciano a studiare, a sviluppare idee e vengono appoggiati anche nelle proposte più stravaganti, cominciano, ad esempio, i viaggi in ogni dove, ovviamente a spese del dipartimento cui si afferisce, sia per raggiungere biblioteche estere che università o anche per partecipare a seminari di approfondimento. L’idillio può durare un giorno o più, ma è assolutamente raro che superi i tre anni. Quando si viene abbandonati nel bel mezzo delle attività l’esperienza di ricerca diviene difficile se non impossibile, ci si arma di tenacia e si cerca di portare avanti in maniera dignitosa il proprio lavoro senza più nessuno aiuto. Pochissimi gettano la spugna e si va avanti alla meno peggio, pur cominciandosi a chiedere ‘dove si è sbagliato, cosa sia successo, perché le cose sono cambiate’. Il senso di avvilimento e la frustrazione sono forti, ma nulla è paragonabile a cosa precipita sulle spalle dei malcapitati quando vengono abbandonati alla vigilia della discussione o immediatamente dopo.




Compiuti tre anni di studio intensi, conditi di viaggi e di opportunità arriva il momento in cui il maestro ‘scarica’ l’allievo: ‘Non c’è spazio nel mondo della ricerca, non hai saputo sfruttare al meglio questa occasione’, quanti errori si leggono allora nel proprio percorso, strano però che il professore, che tanto sembrava preoccuparsi per l’avvenire del suo protetto, non lo abbia messo in guardia prima! Verità vuole che il tutto si collochi perfettamente nel gioco di ruolo e potere che c’è dietro il bisogno di affermazione personale che supera di buona misura l’amore per la conoscenza e il sapere. Andando a tirare le somme questo gioco penalizza chi è realmente portato per gli studi accademici, scavalcato da coloro che si adeguano più o meno inconsciamente alle regole sommerse e provocano, inconsciamente, una perdita incalcolabile per la ricerca. Quelli che i conti possono e devono farli sono, invece, i dipartimenti che finanziano la formazione di ragazzi che in realtà non hanno alcuna possibilità di entrare nel mondo accademico! In definitiva gli unici che terminano il bilancio senza passivo sono ancora una volta i baroni per i quali è diventato più importante il prestigio accademico piuttosto che un ruolo di rilievo nel mondo scientifico.






Pubblicato sul n. 40 di Mezzoeuro in edicola dal 9 ottobre.