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domenica 19 dicembre 2010

Sorrisi strappati

di Bruna Larosa


È un reale disimpegno verso i mali della società quello che crea il facile binomio ‘gioventù come frivolezza’, o si tratta dell’ennesimo luogo comune da sfatare? Sono diversi i motivi e i modi per cui ci si avvicina ad un’associazione come la Gianmarco De Maria che, attiva sul territorio cosentino da anni, ha conquistato la fiducia dei tanti che collaborano o ricevono aiuto dai suoi progetti. Tutto nasce dalla consapevolezza della necessità di essere sereni anche in un ambiente ospedaliero, soprattutto se si è bambini e non si capisce fino infondo cosa stia succedendo.


Proprio con l’obiettivo di allietare le giornate dei piccoli pazienti alcuni ragazzi impegnano il loro tempo libero per regalare un sorriso ai minori che vivono situazioni pesanti in un ambiente ‘estraneo’. Così, gli ‘altri’, di cui spesso si parla facendo riferimento a quanti sparsi nel mondo soffrono, in questo caso sono molto vicini a noi, e sono i piccoli che occupano i vari reparti e in particolare quello oncologico dell’ospedale Annunziata di Cosenza.


Abbiamo parlato con alcuni volontari dell’Associazione Gianmarco De Maria, Teresa Di Vico e Raffaele Salerno che hanno condiviso con noi la loro esperienza, insieme ad altri ragazzi nel ruolo di Clown di corsia allietano e completano l’ambiente ospedaliero trasformandosi in figure insostituibili per i bambini ricoverati.



Teresa, Raffaele, la vostra avventura di volontari vi vede impegnati in un ambiente molto particolare. Che tipo di esperienza vivete come clown di corsia?

Teresa. L’esperienza che mi vede impegnata come clown è molto bella e forte e cerco di affrontarla sempre con grande simpatia verso i bambini e, al tempo stesso, con grande attenzione.
Raffaele. Oltre ad essere clown sono supervisore e questo significa che mi impegno a formare ed affiancare i nuovi volontari, accompagnandoli anche nelle prime esperienze in corsia.


Come vi rapportate all’ambiente ospedaliero mentre impersonate dei clown per i più piccoli?

Teresa. Prima di arrivare in corsia c’è un periodo di formazione e di allenamento, ci si deve abituare agli spazi ridotti e all’ambiente ospedaliero. La formazione serve ad abituarsi a muoversi in uno spazio ristretto, infatti ogni tecnica viene adattata e studiata. Il nostro gruppo è costituito da venti persone, ci alterniamo e in quanto volontari non affrontiamo più di un turno a settimana.
Raffaele. In un ambiente come quello in cui ci troviamo a intrattenere, la delicatezza è la prima cosa! È vero, siamo clown, ma non dobbiamo far ridere per forza. L’ospedale è un ambiente in cui si ricevono delle cure e al tempo stesso allontana dalla normalità di tutti i giorni, è, quindi, importante capire se è il caso di far ridere o meno e avere una buona capacità di analisi sulla situazione.


È molto semplice affezionarsi a dei bambini, eppure è quanto mai necessario mantenere il distacco per assolvere in pieno il proprio ruolo. C’è un segreto?

Teresa. Mantenere il distacco è molto difficile, anche in questo ci viene in aiuto la formazione e, poi, l’affiancamento. All’inizio si è praticamente travolti dall’entusiasmo e ce ne vuole tanto, ma ben dosato nel tempo. È inevitabile voler bene, ma proprio in virtù dell’affetto che si crea cresce
parimenti la consapevolezza che il ‘distacco’ è necessario.
Raffaele. La soddisfazione più grande è quella di attirare l’attenzione e mandare un messaggio di serenità. Per quanto riguarda il distacco non c’è una
linea generale. Posso dire per esperienza che bisogna evitare che i bambini si affezionino troppo ad un clown, non bisogna riceve e dare un’esclusiva, ma si deve essere amici di tutti i bambini allo stesso modo. Il modo migliore è invitare i bambini a giocare e ad aprirsi anche con gli altri animatori e non rendersi mai indispensabili o insostituibili. È l’unico modo per ricoprire al meglio il proprio ruolo.


C’è un’emozione particolare nel vivere questa esperienza?

Teresa. Questa del clown di corsia è un’esperienza bella e forte. Si ha a che fare anche con bambini che rimangono per lungo tempo in ospedale e ci si trova a confronto con situazioni delicate. I primi tempi sono i più duri, per le famiglie e per i piccoli, ma è meraviglioso vedere la grande forza che esperienze come queste possono regalare. Proprio per questo mi rendo conto
della delicatezza e dell’importanza che può avere il mio personaggio: rappresenta un momento di svago, di serenità per i piccoli e per le loro famiglie. L’affetto che riceviamo come clown ci fa capire l’importanza del nostro ruolo.
Raffaele. Appena le persone arrivano sono molto cariche ed esuberanti; di base c’è la voglia di voler fare qualcosa per gli altri, eppure si scorge sempre nei loro occhi qualcosa di più, un entusiasmo che va moderato e razionalizzato. Solo dopo le prime esperienze ci si rende conto della necessità di dosare le energie. Assolutamente necessaria è la padronanza di sé e degli esercizi che si vanno a fare, se ci si sente ridicoli e si provano inibizioni ci si blocca e non si trasmette serenità, bensì tensione. È una situazione da evitare, siamo in corsia per far stare bene i bimbi, alleviare la situazione anche per i genitori, non ci si può permettere di mettere in rilievo i proprio problemi, per donare serenità in fin dei conti bisogna sentirsi liberi.





Pubblicato sul numero 50 di Mezzoeuro in edicola dal 18 dicembre 2010