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sabato 23 ottobre 2010

Laurearsi e arrangiarsi


di Bruna Larosa


Il ‘posto fisso’ inteso come modello di impiego tanto vicino e caro ai nostri stessi genitori è arrivato ai suoi ultimi anni. La situazione in Italia è, infatti, molto cambiata tanto che il contratto a tempo indeterminato si è trasformato in un mito e un miraggio. Sono numerose le teorie che si avvicendano sulla compianta scomparsa del posto fisso, di base c’è la crisi economica, ma a questa si accostano le voci di chi addita il lassismo di alcuni impiegati che non avendo onorato il loro lavoro hanno fatto preferire in termini di risultati la flessibilità e la mobilità. Il modello economico cui siamo abituati è ormai scomparso ed è assolutamente impensabile un ritorno allo stesso: troppi cambiamenti sono intercorsi, cambiamenti che riguardano soprattutto la mentalità imprenditoriale. Tale modifica avrebbe dovuto investire anche il mondo della formazione, ma di fatto non è stato così. Principalmente al Sud ci sono schiere di laureati che non trovano lavoro e per mantenersi si adattano a mettere da parte il proprio titolo e a darsi da fare per ciò che c’è. I principi dell’economia distinguono giustamente diversi tipi di disoccupazione, generalmente siamo abituati a sentir parlare di disoccupati ‘volontari’ e di quelli ‘involontari’; i primi sono coloro che decidono di non impiegarsi in un ambito lavorativo perché non lo riconoscono come proprio e ‘aspettano’ di meglio, gli altri sono coloro che vorrebbero lavorare ma non trovano. Nonostante la fisiologica ciclicità ‘crisi/ripresa’ ci troviamo oggi nel bel mezzo di uno stato latente di disoccupazione involontaria in Calabria come nel resto d’Italia. Appena una decina di anni fa avere un titolo di studio quale la laurea poteva significare fare la differenza rispetto ad altri aspiranti ad un posto o ad un concorso, oggi è invece palese che la massificazione dell’istruzione superiore non cammini di pari passo con le possibilità di assorbimento del mercato. I pochi concorsi indetti dalle amministrazioni sono assediati da numerosissimi aspiranti e ogni altra opportunità è costellata di incertezze. Così, laureati e beffati, dopo tanti studi i ragazzi sono costretti a fare i conti con il lavoro che non c’è, e che quando c’è non risponde alle aspettative che avevano costruito. L’opinione pubblica, complice la riforma universitaria Moratti, ha svalutato il titolo di studio a favore talvolta della praticità; accade che i laureati si vedano scavallare da persone magari con titolo di studio inferiore ma con esperienza, oppure da chi ‘vanta’ una laurea quadriennale. Abbiamo parlato di questo con Donatella Molino, giovane dottoressa che da quando ha conseguito il titolo non ha fatto altro che guardarsi intorno e cercare delle opportunità di lavoro.

Da quanto tempo si è laureata e in quale disciplina?
Mi sono laureata da tre mesi, il corso di studi prima triennale e poi specialistico mi ha portato a conoscere diversi meccanismi dell’economia e dello sviluppo. In particolare mi sono preparata ad affrontare problematiche nel campo della cooperazione e dello sviluppo dal punto di vista diplomatico.

Dal punto di vista professionale a cosa si è dedicata in questo periodo di tempo?
Ho mandato CV e domandine nella mia provincia, Cosenza e anche fuori regione, ma la situazione è drammatica in tutta Italia! Lo deduco dal fatto che su tantissime proposte che ho avanzato neppure un’azienda o un ente mi ha dato risposta! Mi sono informata e ho visto che è all’Estero che avrei maggiori possibilità di far valere i miei studi e il mio titolo, ma sarà sicuramente necessaria un’ottima preparazione in lingua straniera. Intanto, in attesa di una migliore sistemazione occupazionale sto lavorando in uno dei tanti call-center presenti a Rende.

Lei è dottoressa, i suoi colleghi di call-center che titolo di studio hanno?
I miei colleghi sono quasi tutti laureati, siamo lì nell'attesa di un lavoro inerente a ciò che abbiamo studiato e, intanto, ci sosteniamo economicamente con un impiego che poco e niente ha a che vedere con gli studi fatti.

Quando si intraprendono degli studi in un certo senso si insegue un sogno, lei e i suoi colleghi che considerazioni fate a proposito della diffusa situazione economico lavorativa?
Tra noi nei momenti di pausa riflettiamo spesso su come sia dura da digerire l’aver fatto tanti sacrifici per conseguire il titolo e poi ritrovarsi a fare un lavoro che speriamo ci servirà solo da tampone e per poco tempo. Mi rendo conto di quanto sia ‘triste’ dover parlare così, quando molte persone fanno la fila anche solo per un posto come il nostro, ma non si tratta assolutamente di ingratitudine, bensì voglia di realizzarsi per ciò che si desidera. Personalmente per come è il mondo del lavoro so che devo ritenermi fortunata ad avere almeno questo impiego, eppure è costante l’idea di poter avere qualcosa di più inerente alla preparazione che ho e agli studi che ho fatto!



Pubblicato sul n. 42 di MezzoEuro in edicola dal 23 ottobre 2010