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sabato 30 ottobre 2010

La sfida del dopo terremoto


di Bruna Larosa


Ci sono terre che non smetteranno mai di piangere i propri figli, sono i paesi coinvolti nelle calamità naturali che devono fare i conti con le vittime dell’incuranza di altri uomini, progettisti, costruttori o collaudatori che siano. È il caso della ferita aperta dal terremoto il 6 aprile 2009 tra gli Appennini abruzzesi. L’onda emozionale che si scatena in corrispondenza di eventi catastrofici è intensa e al tempo stesso labile, per questo l’attenzione e la sensibilità che si dimostra nell’immediatezza di un fatto non riescono a perdurare nel tempo. Generalmente la considerazione delle persone rispetto a una determinata problematica muta come cambia l’interesse dei media; ma nonostante siano sempre meno le finestre aperte sull’Abruzzo è passato troppo poco tempo perché il terremoto che ha devastato L’Aquila possa essere un semplice ricordo. Alcune parti della città sono avviate alla ricostruzione e tra un cantiere e un edificio sigillato tutta l’intera provincia appare essere un’insieme informe di polvere e lacrime. La gara di solidarietà che si è accesa nei confronti degli aquilani si è scatenata nelle settimane successive la tragedia trasformandosi in aiuti pratici e immediati.

Ma L’Aquila non è solo edifici e monumenti, bensì una città con suoi enti e le sue istituzioni; tra questi l’Università da sempre meta di numerosi studenti definiti fuori regione. Moltissimi universitari, all’indomani del terremoto, hanno chiesto il trasferimento in altri istituti di formazione; risuona forte l'eco delle parole di una ragazza che ha scelto di allontanarsi da L’Aquila ‘C’è bisogno di gente che lavori, ora. Che riesca a lavorare senza pensare a nulla perché se si riflette non si trova più la forza di reagire’. Malgrado la tragedia assistiamo oggi ad uno dei rari casi in cui un’Università impugna con forza il suo ruolo sul territorio e, invece di implorare sovvenzioni e aiuti, reagisce producendo politiche inclusive per gli studenti che vogliano immatricolarsi in uno dei suoi corsi di laurea. Per risorgere l’Università abruzzese attinge a piene mani dalla sua essenza più pura e si permette di puntare sulla ricerca e sulla formazione di giovani menti. Tra gli studenti che hanno colto la sfida anche una giovane calabrese, Federica Orlando, laureata in Mediazione Linguistica, che ha deciso di iscriversi al corso di laurea specialistico presso la Libera Università degli studi de L’Aquila.

Come mai ha scelto di iscriversi all’Università de L’Aquila?
Il corso di laurea specialistico in Mediazione Linguistica dell’Unical è stato chiuso, così per proseguire i miei studi ho avuto la necessità di guardarmi intorno e di spostarmi. Visto quanto è accaduto in Abruzzo ho deciso di iscrivermi a L’Aquila; certo sarebbe stato più semplice andare in una città con mille servizi e pagare lì le tasse, invece ho preferito dare il mio contributo proprio a questa università che di servizi può offrirne pochi, ma merita assolutamente il contributo di tutti per risorgere.

Ad oggi ha riscontrato dei disagi particolari?
La Facoltà di Lettere è situata nella zona industriale, appena scesa dal bus il primo giorno mi si è stretto il cuore: una copisteria, un bar microscopico e solo fabbriche e capannoni. Ho avuto, però, modo di incontrare altri studenti che si sono ‘abituati’ alla situazione, solo per fare un esempio, i ragazzi si portano il pranzo da casa perché non ci sono servizi di alcun tipo.

Di dove sono i suoi colleghi e come si trova?
I miei colleghi sono principalmente di Napoli, Teramo, Sulmona, Avezzano, Roma… Sono l’unica calabrese della mia facoltà, scherzano sull’accento, ma tutti hanno dimostrato di essere particolarmente abituati ai ‘forestieri’.

Siamo tristemente abituati a sapere che L’Aquila è solo cantieri e polvere, lei che atmosfera ha respirato?
Il centro storico è inagibile, ma non bisogna pensare solo alla città. Tantissimi paesini limitrofi sono stati piegati dalla furia della natura e dall’incoscienza umana. Sono stata lì qualche giorno fa, in un bed&breakfast e mi sono ritrovata praticamente in mezzo alla natura! La struttura originale era stata definita inagibile e i proprietari hanno trasferito l’attività in container e anche loro abitano in uno di questi. Nonostante ci sia stata per alcuni giorni non posso neanche immaginare cosa significhi vivere così dopo aver avuto una vita diversa e tutte le comodità di una casa vera. Tra le persone c’è chi rivive il trauma, ma c’è anche chi sfrutta la tragedia, ad esempio, gli affitti per gli studenti sono altissimi soprattutto se paragonati a quelli di altre città che possono offrire servizi e altro! Le persone che ho incontrato hanno dentro una grande ferita, altre sembrano essersi chiuse e non so se col tempo riusciranno a superare la cosa. Tutti coloro che hanno avuto la volontà di rimanere, però, dimostrano di aver maturato una grande forza interiore dalla quale trarre la volontà di reagire e ricominciare.

Pubblicato sul n. 43 di MezzoEuro in edicola dal 30 ottobre 2010