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venerdì 24 dicembre 2010

Quando si convive con i baroni

di Bruna Larosa

Il silenzio irreale della concentrazione, le pagine del libro che scorrono sotto gli occhi seri e mai stanchi dei dottorandi, la sera che si fa notte e la passione, l’abnegazione per lo studio che non tramonta. Per alcuni la spinta verso la conoscenza ha l’intensità che ebbero le colonne d’Ercole nell’
immaginario dantesco costruito per Ulisse: l’irresistibile meta cui vale la pena dedicare e sacrificare tutta la vita. In questo scenario di costante impegno e passione qualche giorno fa a Palermo un dottorando in filosofia è morto gettandosi dalla finestra della sua facoltà. Un gesto estremo che nella
sua irreparabile tragicità rende tangibile il sacrificio di anima e corpo di una vita dedicata all’amore per lo studio.

Ma il mondo del dottorato spesso bistrattato tra accademici interessati e disinteressati politici come vive la sua quotidianità? La parola a Domenico Frascino e Francesco Lo Giudice, che stanno vivendo questa impegnativa esperienza all’Unical con entusiasmo e un’innegabile ombra sul cuore.



Quando è maturata la volontà di voler tentare il dottorato di ricerca?

Domenico Avevo già pensato che avrei voluto approfondire e continuare i miei studi, durante il lavoro di tesi questa idea si è fatta sempre più insistente e così non mi sono fatto sfuggire l’occasione di partecipare al concorso. Al momento svolgo il dottorato in ingegneria dei sistemi e informatica.

Francesco Ho scelto di fare il dottorato di ricerca perché gli studi universitari mi son piaciuti molto. Mi hanno insegnato e donato tantissimo anche a livello umano. Ho maturato, quindi, la convinzione che non avrei potuto abbandonare lo studio, anzi ne avrei dovuto fare, se possibile, una professione. Ho scelto così di intraprendere la carriera accademica, partendo dal provare a vincere il dottorato di ricerca. Attualmente sto svolgendo un dottorato in sociologia politica.

Come sta vivendo questa esperienza e come si trova?

Domenico Molto bene: l’esperienza di dottorato che sto svolgendo accosta all’attività di ricerca anche alcune ore di didattica. Sia l’una che l’altra occupazione sono interessanti ma anche molto impegnative e mi aiutano a rendermi conto giorno per giorno di cosa significhi la vita universitaria.

Francesco Il Dipartimento di Sociologia e Scienza Politica presso cui svolgo il dottorato è organizzato molto bene e raccoglie decine di grandi professionisti, docenti e ricercatori di notevole spessore umano e professionale. A differenza di ciò che accade altrove, qui da noi, probabilmente complice l’aver strutturato l’Ateneo come un campus, docenti e studenti interagiscono molto facilmente. Ciò accade anche tra noi dottorandi e i nostri tutor con i quali c’è un’interazione reciproca, segno di grande disponibilità. Qualche disagio lo vive chi, come me, avendo vinto il dottorato di ricerca senza borsa di studio, e quindi senza retribuzione economica, svolge attività di collaborazione remunerate per potersi guadagnare da vivere. Così facendo, però, sottrae tempo ed energia all’attività di ricerca scientifica
vera e propria.

Di recente un grave fatto di cronaca ha toccato il suo ambiente: un dottorando scoraggiato dalle prospettive lavorative ha deciso di togliersi la vita, qualche considerazione in merito?

Domenico Ho provato sgomento e tristezza come ogni volta che vengo a conoscenza di situazioni in cui delle persone arrivano a togliersi la vita per protesta, un altro esempio potrebbe essere quello di qualche mese fa in cui la ‘vittima’ è stata un’infermiera di Napoli. Il problema della mancanza di
prospettive è purtroppo diffuso in tutti gli ambienti occupazionali e va di pari passo ad un altro aspetto: lo "sfruttamento" di chi è giovane, ha risorse e idee, ma mai voce in capitolo. Tutta la nostra generazione, indipendentemente dal desiderio lavorativo che vuole provare ad attuare, è investita da un senso di ‘inadeguatezza’ e purtroppo ho la sensazione che l'attenzione dei media si accenda tiepidamente ed esclusivamente davanti a casi estremi come quello del collega Zarcone.

Francesco Questi solitamente sono atti inconsueti e drastici che derivano dall’intreccio di più situazioni di disagio di tipo personale e sociale. Tuttavia, la morte tragica di questo collega è indicativa di come la precarietà professionale si ripercuota negativamente e drammaticamente sulla vita quotidiana stessa, soprattutto per chi, dopo aver fatto tanti sacrifici per studiare e laurearsi in maniera brillante, per vincere concorsi e realizzarsi dignitosamente, si vede con un futuro incerto ed angosciante, costretto quasi a sentirsi in colpa per aver scelto di fare un mestiere di cui invece dovrebbe sentirsi onorato e andar fiero. Spero che la politica riesca a trovare subito una soluzione a questa fase storica del mercato del lavoro.

Un dottorato di ricerca apre sempre la strada alla carriera universitaria?

Domenico In teoria il dottorato è il primo passo per iniziare una carriera accademica, personalmente spero di riuscire a rimanere nell’ambiente universitario o comunque di ritagliare il mio posto nell’ambito della ricerca. In questo momento, però, per me, preferisco non guardare troppo oltre, penso mi distrarrebbe ed è necessario concentrarmi sull’oggi.

Francesco Il dottorato è una tappa importante per poter intraprendere la carriera universitaria, un’ottima occasione per verificare la propria attitudine alla ricerca scientifica, ma non è certo sufficiente alla carriera! Dopo il dottorato ci sono altri concorsi e prove da superare per diventare professori. Alcuni dottori di ricerca rinunciano a proseguire la carriera perché nel frattempo intravedono altri sbocchi professionali, sia in modo volontario, che indotti dal potere eccessivo di alcuni docenti universitari, i
cosiddetti ‘baroni’, che decidono il futuro dei giovani all’interno dell’accademia universitaria.



Pubblicato sul numero 38 di MezzoEuro in edicola dal 25 settembre 2010